2016: nuovi rischi finanziari globali

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La Federal Reserve, come previsto, ha chiuso il 2015 con un aumento del tasso di interesse dello 0,25%.

Bank of China ha rivisto al ribasso le stime di crescita per il 2016 che passano dal 6,9% al 6,8% allontanandosi ulteriormente dal target del 7% annuo.

 

C’è da augurarselo per la ripresa globale.

Non vorremmo però che ci si debba ricredere.

La politica degli anni passati del Quantitative easing e del tasso di interesse zero non ha risolto i problemi. In questo periodo sono stati immessi 3,5 trilioni di dollari nel sistema bancario.

Solo la borsa americana ne ha beneficiato.

Protagonista indiscussa del 2015 è stata la Cina che ha pesato come un macigno sull’andamento dell’economia mondiale.

La crisi cinese è stata un grave freno per il commercio e l’economia del globo, in modo particolare per i Paesi produttori di energia e materie prime.

Il governo cinese di fronte alla frenata dell’economia ha messo in campo diverse misure tra cui la svalutazione monetaria. La prima incognita del 2016 è sicuramente l’andamento della Cina, il perdurare della crisi, nonostante le misure di stimolo, oppure la ripresa del Dragone.

Il 2015 è stato anche l’anno del crollo dei prezzi delle materie prime scese ai minimi degli ultimi 20 anni perdendo oltre il 25% del loro valore.

Il prezzo del petrolio e delle altre materie prime rappresenta un’altra incognita centrale per il 2016.

Nel corso dell’anno hanno inciso sul crollo del prezzo delle materie prime l’eccesso di offerta, l’apprezzamento del dollaro e la frenata dei Paesi importatori primo tra tutti la Cina che è la seconda consumatrice di energia al mondo.

Occhi puntati soprattutto sul petrolio, grande protagonista del 2015, anno che sarà ricordato per la spinta ribassista che ha portato l’oro nero ai minimi storici.

I maggiori Paesi fornitori di petrolio continuano a scontrarsi per accaparrarsi le quote maggiori di mercato.

E intanto l’offerta sale e il prezzo continua a scendere.

E probabilmente continuerà a scendere anche nel corso de 2016 mantendo i prezzi schiacciati al ribasso.

Rispetto al crollo del 2008 gli aumenti sono stati del 96% per l’indice Dow Jones, del 124% per quello S&P 500 e del 214% per il Nasdaq.

Nei sistemi finanziari e nelle economie di molti altri Paesi, invece, ha lasciato profonde ferite.

Nei mercati emergenti molte imprese sono state invogliate ad accendere tanti e nuovi debiti in dollari, molto spesso per operazioni rischiose e poco produttive. Del resto i costi apparivano molto contenuti.

Secondo i dati della Banca dei Regolamenti Internazionali il debito totale delle imprese private dei Paesi emergenti ha raggiunto i 3,4 trilioni di dollari, più del doppio rispetto al livello di prima della crisi.

Con la continua svalutazione delle proprie monete nazionali, le economie emergenti hanno sempre più  difficoltà a pagare debito e interessi.

Per coprire i buchi finanziari attingono al bilancio pubblico scatenando gravi tensioni sociali. Adesso ogni aumento del tasso di interesse americano suona come una minaccia alla propria stabilità nazionale ed economica.

Inoltre, l’attuale discesa dei prezzi della materie prime, di cui sono largamente produttori, e l’atteso rallentamento delle economie emergenti nel loro insieme, non solo quello della Cina, rappresentano un ulteriore aggravamento.

Se si tiene presente che esse rappresentano il 40% del Pil mondiale, la loro instabilità rischia di avere delle conseguenze negative globali.

Il tasso zero e la liquidità a “go-go” hanno generato una tendenza simile anche negli Usa. Invece di essere utilizzata per espandere il business, la liquidità è spesso servita per fusioni e acquisizioni.

Quest’anno ben 327 miliardi di dollari sono finiti in tali operazioni. Inoltre tra il 2009 e il 2014 ben 1.200 miliardi di dollari sono stati riversati nei fondi che trattano obbligazioni corporate.

Perciò anche l’Office of Financial Research del ministero del Tesoro americano nel suo recente rapporto annuale intravede dei  “rischi elevati” per il rifinanziamento dei debiti obbligazionari del settore non finanziario.

Non è un caso quindi che nelle scorse settimane una serie di fondi di investimento che operavano con i cosiddetti “junk bond”, i titoli spazzatura ad alto rischio,  siano andati in crisi.

Il settore era cresciuto moltissimo negli anni passati, particolarmente nel campo energetico.

Di fatto esso aveva rimpiazzato quello delle ipoteche sub prime dominante prima della crisi. Ciò ha generato delle ulteriori vendite sul vasto mercato dei junk bond con riverberi negativi sull’intero mercato delle obbligazioni.

Si stima che vi siano circa 1,4 trilioni di junk bond che richiederanno un rifinanziamento a breve.

Una delle aspettative derivante dall’aumento del tasso di interesse sarebbe quella di ridurre la tendenza del sistema bancario e di quello corporate a ricorrere al prestito facile.

Ma in realtà le banche americane hanno già delle gigantesche riserve in eccesso, pari a 2,42 trilioni di dollari, per cui il menzionato aumento difficilmente determinerà mutamenti nel loro comportamento.

Anche la Banca Centrale Europea ha molte sfide da affrontare nel nuovo anno.

Mario Draghi ha recentemente annunciato il prolungamento di 6 mesi del Quantitative Easing ed ha ribadito per la centesima volta che la BCE è pronta ad agire se sarà ritenuto necessario.

Nel 2016 quindi proseguirà l’acquisto di 60 miliardi di titoli di Stato mensili da parte della Banca al fine di far ripartire il credito a famiglie e imprese e chiudere il capitolo credit crunch in Europa, ma anche di portare l’inflazione intorno, ma sotto il 2%.

Al momento l’obiettivo sembra più che mai distanze, visto che a novembre l’Eurostat ha registrano un aumento dello 0,2% su base annua.

Nel corso del 2016, quindi, Mario Draghi potrebbe prendere ulteriori provvedimenti di politica monetaria allargando per esempio il bacino o la quantità di titoli di Stato da acquistare.

Occorrerà stare attenti che non si generi il cosiddetto “euro carry trade”, cioè la tendenza ad approfittare dell’euro a tasso zero per attingere a crediti che potrebbero andare in attività, anche speculative, fuori dall’Europa.

Proprio come in passato è accaduto con lo yen e con lo stesso dollaro.

Considerati i rischi di nuove turbolenze, sarebbe il caso che in Europa e anche in Italia si affrontassero con chiarezza e decisione le crescenti difficoltà del sistema bancario.

Servono più controlli stringenti sulle sue attività, divieto assoluto delle operazioni ad alto rischio sia in derivati che in junk bond, maggiore tutela dei risparmiatori e forti sanzioni penali nei confronti degli amministratori e dei manager bancari che non rispettano le norme.

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