TTIP : clausola nascosta rende gli stati schiavi delle multinazionali

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A partire dagli anni sessanta, i vari Governi tedeschi hanno stipulato accordi con 130 Paesi per tutelare gli investimenti privati nei reciproci territori.

La questione della tutela degli investimenti è una delle più controverse del trattato Ttip.

E se vogliamo andare oltre la sintesi da piazza che  “le multinazionali comanderanno sugli Stati” dobbiamo addentrarci nel labirinto degli Isds, cioè dei meccanismi per regolare le dispute tra investitori (Investor state dispute settlement).

Davvero dopo l’approvazione del Ttip, il trattato commerciale tra Europa e Stati Uniti, qualunque multinazionale potrà fare causa a uno Stato per far disapplicare, per esempio, il salario minimo o le norme in materia di licenziamento?

Quando un Paese A firma un trattato commerciale con il Paese B che prevede alcune condizioni a cui le imprese di A possono investire, può capitare che nascano controversie. Per esempio un’amministrazione locale o magari il governo o il Parlamento  di B introduce delle regole (ambientali, sanitarie, tecniche ecc.) che servono esclusivamente a bloccare le imprese di A, in modo da proteggere quelle locali.

In violazione degli impegni presi con il trattato. Cosa può fare quindi la multinazionale del Paese A?

Potrebbe rivolgersi ai tribunali di B.

Ma il rischio che non siano imparziali è alto, quindi di solito nei trattati commerciali viene previsto un meccanismo diverso, tipo una corte arbitrale.

Che deve stabilire se lo Stato ha esercitato il suo legittimo diritto a legiferare o ne ha abusato per aggirare un impegno preso (in modo altrettanto democratico) allo scopo di danneggiare l’investitore straniero.

Questi accordi, seppur non tutti uguali tra loro, prevedevano che in caso di offese agli interessi degli investitori, si ricorresse a un arbitrato e si potessero imporre sanzioni ai violatori e indennizzi per le “vittime”.

Il senso e lo scopo di tutto ciò erano di ovviare all’incertezza del diritto e all’inaffidabilità’ di alcuni sistemi giudiziari, garantendo così gli interessi di chi aveva riversato milioni o addirittura miliardi in quel Paese.

A pedestrian walks past a wooden blockade built by Greenpeace activists at the main entrance of a conference center where negotiators are expected to discuss the 12th Round of the Transatlantic Trade and Investment Partnership (TTIP) in Brussels, Belgium, February 22, 2016.

Anche se i sistemi giudiziari americano e dei Paesi europei garantiscono un’accettabile certezza del diritto, nelle trattative tra Europa e Usa sul TTIP (Partnership transatlantica negli Investimenti e nei Commerci) si prevede lo stesso meccanismo attraverso un sistema chiamato ISDS (o ICS nella versione leggermente diversa proposta dalla Commissione Europea): un collegio di tre arbitri, uno per parte e il terzo scelto di comune accordo, deciderà con un giudizio non pubblico se il ricorrente avrà visto danneggiato, “per esproprio diretto o indiretto”, il proprio investimento.

Non si pensi solo a liti tra privati o a espresse nazionalizzazioni. Gli espropri cosiddetti “indiretti” sono anche un qualunque atto di Governo che metta a rischio, o riduca, le previste possibilità di guadagno dell’investitore.

Ecco qualche esempio per meglio intenderci:

— Nel 2009, la svedese Vattenfall ha chiesto al Governo tedesco 1,4 miliardi di euro per presunti danni subiti a causa degli accorgimenti ambientali imposti per la costruzione di una centrale a carbone. La causa è stata chiusa modificando gli accorgimenti ambientali previsti.

— Nel 2011 la Philip Morris ha fatto causa al Governo australiano chiedendo i danni per una nuova legge votata dal Parlamento che imponeva norme più severe a tutti i produttori nel packaging delle sigarette con lo scopo di scoraggiarne il consumo. Ciò violava le aspettative di guadagno della multinazionale. Nel 2015 l’Australia ha vinto la causa solo grazie ad un cavillo formale e la ricorrente ha annunciato che si appellerà di nuovo, appena il Trattato Transpacifico (TTP) entrerà in vigore.

— Nel 2012 l’Ecuador è stato condannato a pagare 1,7 miliardi di dollari alla Occidental Petroleum Corp. per aver ritirato la concessione di sfruttamento di un campo petrolifero dopo che la società americana aveva ceduto, senza esserne autorizzata, i propri diritti a una società canadese.

Nel 2012 ancora la Vattenfall ha chiesto ai soliti tedeschi quattro miliardi di danni per aver, questi ultimi, deciso di uscire dal nucleare.

— Nel 2014 la tedesca RWE ha chiesto l’arbitrato contro il Governo Spagnolo poiché erano state tagliate le sovvenzioni precedentemente in vigore a favore delle energie rinnovabili.

All’interno del trattato pan-americano NAFTA (un precursore di ciò che potrebbe essere il TTIP) esiste la stessa clausola ISDS e, in base a questa, nel 2013 la statunitense Lone Pine Resources ha chiesto 250 milioni di dollari al Canada per il divieto precauzionale contro il fracking adottato dal Quebec con lo scopo di tutelare le acque del fiume San Lorenzo. Lo stesso Canada ha perso la causa intentatagli da EXXON e Murphy Oil per aver osato imporre che lo 0,16 dei profitti derivanti dallo sfruttamento dei giacimenti dati in concessione fossero usati per la ricerca di nuovi giacimenti.

Sempre richiamandosi al NAFTA, lo stesso Canada aveva già dovuto pagare all’americana Ethyl ben 13 miliardi di dollari per aver vietato di usare un additivo per la benzina prodotto da quel colosso chimico e detto MMT poiché lo si riteneva pericoloso per la salute umana.

Quelli riportati non sono che pochi esempi di come sia facile per le grandi aziende mondiali fare causa ai Governi richiamando vari trattati sulla “protezione degli investimenti”. Soprattutto, però, danno un’idea di come gli interessi commerciali siano diventati talmente invasivi da prevalere addirittura su leggi di Governi o Parlamenti democraticamente e legittimamente chiamati a legiferare.

La clausola ISDS esiste in una sua prima versione sin dal 1959 ma fino al 1995 il ricorrervi costituiva un’eccezionalità. Da quel momento e in particolare dal 2000 le cause sono aumentate in modo così esponenziale da diventare un ricatto per i legislatori, diffidandoli da scelte o leggi che possano mettere a rischio gli interessi di potenti multinazionali.

Solo pochi Paesi e tra questi il Brasile si sono sempre rifiutati di inserire il modello ISDS nei trattati commerciali e il Sud Africa ha perfino annunciato che si ritirerà da tutti quegli accordi commerciali che, anche se già sottoscritti, ne prevedono l’esistenza.

Nelle trattative tuttora in corso tra i funzionari della Commissione Europea e degli Stati Uniti la questione non è ancora chiusa e a Bruxelles si pensa di arrivare a modificare la clausola rendendo l’arbitrato pubblico, potendone prevedere un ricorso d’appello e imponendo giudici togati, cioè senza possibili conflitti d’interesse. Pur nel segreto delle negoziazioni, sembra che gli americani insistano invece nel mantenere con fermezza la loro posizione.

Non sappiamo come si chiuderà questa vicenda e quale sarà il possibile compromesso. Resta che il voler forzatamente evitare i tribunali pubblici (se non è una libera scelta delle parti nella stesura dei contratti) e non fare riferimento alle leggi del Paese, costituisce una menomazione per qualunque stato di diritto e pone le legislazioni nazionali in subordine a interessi e decisioni che sfuggiranno sempre più ai voleri dei locali cittadini.

 

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