Le tribù e le strategie del terrorismo estremista

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L’importante ruolo giocato dalle tribù nel combattere il terrorismo in Siria, Iraq, Libia e Yemen

Come unità e identità sociale stabile che racchiude i suoi membri, la tribù è andata oltre il suo spazio sociale e economico verso uno spazio maggiormente politico. 

Molti osservatori hanno sottolineato l’importante ruolo giocato dalle tribù nel combattere il terrorismo in Siria, Iraq, Libia e Yemen.

La tribù ha sempre mantenuto la sua posizione come autorità simbolica e culturale e per questo è stata il target di aspiranti leader e di diversi gruppi estremisti che hanno cercato di penetrate all’interno della tribù e di cambiare la loro struttura, incentrata sulla figura di uno sheykh.

Le tribù giocano un ruolo significante in numerosi paesi arabi, soprattutto nelle zone di conflitto. La loro influenza è dettata principalmente dal peso demografico che hanno in questi paesi.

In Siria, 24.504 milioni di persone appartengono alle diverse tribù locali, mentre in Iraq esse rappresentano la maggioranza della popolazione e prima della caduta del regime di Saddam Hussein facevano parte dell’establishment statale.

SIRIA :

Haian Dukhan: La comunità siriana, soprattutto nelle aree rurali, è composta da tribù. Intendo proprio legami di parentela.

E non solo tra gli arabi sunniti: troviamo tribù anche tra i curdi, gli alawiti e i drusi. Per gli alawiti e i drusi, l’identità religiosa è più forte di quella tribale.

Mentre per i curdi, l’identità etnica è più forte.

Ciò significa che le più forti identità tribali si trovano nella comunità arabe sunnite, in tre zone della Siria in particolare. Nel nord-est c’è la Jazira, che comprende parti di Raqqa, Dayr az Zor e Hasaka.

Poi c’è la Badiya, area semidesertica in cui sono incluse zone di Homs, Palmira e Hama. Infine la provincia dello Hawran, la campagna di Daraa, che comprende zone dominate da tre principali tribù siriane: gli Zaubi, gli Hariri e i Masalma.

Sul piano regionale, le tribù in Siria hanno legami di sangue con alcune tribù del Golfo arabo, molti hanno passaporti sauditi o kuwaitiani.

Ci sono tantissimi giovani provenienti dalle tribù che lavorano nel Golfo e che mandano soldi ai loro parenti in Siria.

In certi momenti l’Arabia Saudita ha sostenuto apertamente i leader tribali siriani.

Ad esempio, Ahmad al Jarba, un importante leader dell’opposizione siriana della tribù degli Shammar, ha ricevuto il sostegno dell’Arabia Saudita perché la tribù che lì è dominante, gli Aneza, ha legami con gli Shammar. Sono connessi in termini di parentela.

Molte tribù hanno formato milizie proprie.

Contro chi combattono dipende da dove si trovano. Nel nord-est della Siria, per esempio, la tribù degli Shammar ha una milizia che lotta insieme ai curdi contro l’Isis.

A Dayr az Zor, la tribù dei Bagharat si è alleata con l’Isis, anche se il suo leader si trova in Turchia e non ha approvato l’alleanza.

Diversi leader tribali hanno perso il rispetto dei più giovani, perché molti di loro si sono fatti corrompere dal governo.

A Hasaka c’è il fattore curdo, a Dayr az Zor, il fattore petrolio, che è enorme.

Nel sud, la Giordania sta giocando sulle dinamiche tribali e ha messo mano sull’insurrezzione armata del luogo.

Quando l’Isis è arrivato in Siria dall’Iraq, c’è stato un grosso conflitto con la Jabhat al Nusra a Hasaka e Dayr az Zor (molte parti di quest’ultima erano controllate dalla Nusra).

Ogni gruppo cercava di allearsi con le stesse tribù.

Alla fine l’Isis ha avuto la meglio, perché è riuscito a catalizzare molte tribù che vi vedevano il progetto di uno stato che avrebbe provveduto ai servizi come cibo, acqua e altro.

Eppure Isis sta usando anche le maniere forti.

Pensiamo al clan degli Sheitat, cui la Nusra aveva dato il controllo di alcuni giacimenti petroliferi per migliorare i rapporti.

Ma l’Isis voleva sottrarre alle tribù i giacimenti: le tribù si sono rifiutate e sono rimaste dalla parte della Nusra.

Quando la Nusra ha perso quella zona, l’Isis ha punito il clan degli Sheitat uccidendo 700 dei loro uomini e cacciando la gente dai loro villaggi.

In seguito, quando l’Isis ha preso il controllo di vaste zone di Dayr az Zor e Raqqa, hanno istituito la cosiddetta Agenzia per gli affari tribali, con sede a Raqqa, che aveva lo scopo di far sì che tutti i leader tribali dichiarassero la propria fedeltà ad al Baghadi.

Molti leader tribali lo hanno fatto per paura e per proteggere la propria gente, memori delle uccisioni del clan degli Sheitat, ma allo stesso tempo ci sono molti giovani nelle tribù che sono influenzati dall’ideologia wahhabita.

Da quando Bashar al Asad è presidente, il governo ha trascurato completamente la zona orientale del Paese e l’ideologia islamista ha riempito un vuoto.

Nel corso degli anni dall’Arabia Saudita, dove lavorano circa 500-600 mila persone provenienti dall’est della Siria, sono arrivati soldi per costruire moschee e per insegnare l’ideologia salafita.

E poi c’è il terzo e più importante fattore: il governo siriano è il nemico comune.

Quando questi giovani delle tribù sono scesi per le strade a manifestare, il governo ha risposto con la violenza e la repressione.

Ne ha uccisi molti e in seguito ha bombardato le loro città.

Così, quando l’Isis è arrivato, è sembrato un alleato di convenienza contro il governo e le milizie iraniane.

Per le motivazioni sovraesposte, i gruppi terroristi come Daesh (ISIS) e Al-Qaeda hanno sempre cercato di investire nelle tribù comprandone il supporto e reprimendo l’opposizione. La stessa strategia fu adottata dai precedenti regimi come il Baath e dai sistemi rivoluzionari, che hanno decimato un alto numero di tribù e di leader tribali in Siria, Iraq e Egitto negli anni ’50.

Tuttavia, le modalità di reclutamento differivano nelle due situazioni: i gruppi estremisti reclutano i membri della tribù utilizzando gli strumenti ideologici delle organizzazioni oppressive, mentre le autorità statali reclutavano le tribù nella lotta al terrorismo creando dei concili espressamente dedicati agli “affari tribali”.

Contrariamente a quanto molti pensano, le tribù non hanno fatto sempre fronte comune con Daesh e Al-Qaeda, ma in realtà queste influenti unità sociali sono molto spesso state motivo di preoccupazione per le organizzazioni terroristiche.

Per questo Abu Baker Naji, lo stratega di Daesh, ritiene che il concetto di tribù vada smantellato in modo da permettere all’organizzazione di controllare la tribù stessa e di utilizzare la sua impostazione strutturale a proprio beneficio.

Dall’altra parte però, Al-Qaeda è sempre stata pronta a sfruttare il sentimento di emarginazione economica e sociale, o la discriminazione settaria vissuta da queste tribù per reclutare nuove forze giovani nella provincia del Sinai o nelle province sunnite dell’Iraq.

Anche Daesh ha utilizzato le alleanze con le diverse tribù per riuscire a invadere la città di Mosul in Iraq e per penetrare in Siria.

Al contrario di Al-Qaeda, però, Daesh è sempre stato cauto nell’approcciarsi a queste realtà evitando un coinvolgimento troppo forte come quello che ha portato alla perdita di potere dell’organizzazione di Osama Bin Laden.

Per quanto riguarda la questione tribale, Daesh appare molto più titubante di Al-Qaeda, così come appare più ambizioso il suo progetto di espansione.

Daesh ha anche trascurato le diverse teorie che si sono susseguite sul tema, e non si è fatta scrupoli nell’usare la violenza e la macellazione pubblica per attrarre sostenitori e per intimidire le parti opposte, marginalizzando i concetti di flessibilità e di dialogo verso l’altro.

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