Netanyahu: “In Israele come in Francia, il terrorismo è terrorismo”

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Tzipi Livni: “Questo terrorismo è espressione della guerra che l’islamismo estremista ha dichiarato al mondo occidentale, alla nostra cultura, ai nostri valori”

E’ ora che il mondo condanni gli attacchi terroristici contro gli ebrei in Israele così come condanna gli attentati perpetrati venerdì notte a Parigi. 

Lo ha detto domenica il primo ministro Benjamin Netanyahu aprendo la riunione settimanale del governo israeliano.

Aggiornando i ministri sull’arresto dell’“ignobile terrorista” che venerdì scorso, a sud di Hebron, ha assassinato a sangue freddo il rabbino Yaakov Litman, 40 anni, e suo figlio Netanel di 18 anni, Netanyahu ha detto: “Ieri ho parlato con Noa, la moglie di Ya’akov e madre di Netanel, e le ho detto che l’intera nazione soffre per la duplice tragedia che ha colpito lei e i suoi figli.

Porteremo l’assassino davanti alla giustizia e continueremo a combattere il terrorismo. Poche ore dopo l’omicidio dei due israeliani – ha continuato Netanyahu – dei terroristi hanno lanciato un attacco spietato a Parigi, assassinando cittadini innocenti.

In Israele come in Francia il terrorismo è terrorismo, e la forza che gli sta dietro è l’islamismo estremista con la sua volontà di annientare le sue vittime.

E’ tempo che gli stati condannino il terrorismo contro di noi come condannano il terrorismo in ogni altra parte del mondo.

E sarebbe bene che il presidente dell’Autorità Palestinese Mahmoud Abbas (Abu Mazen), che ieri ha condannato l’attentato in Francia, condanni lo spietato terrorismo contro innocenti in Israele e combatta l’istigazione e l’indottrinamento che lo alimentano. Bisogna sempre ricordarsi – ha concluso Netanyahu – che il terrorismo diretto contro di noi non è imputabile a noi israeliani, esattamente come non è imputabile ai francesi il terrorismo diretto contro di loro.

I colpevoli del terrorismo sono i terroristi, non i territori o gli insediamenti o qualsiasi altra cosa. E’ la volontà di distruggerci, quella che perpetua il conflitto e ispira le aggressioni assassine contro di noi”.

“Ora lo shock, l’angoscia e il dolore uniscono il mondo libero – ha scritto sul Jerusalem Post Tzipi Livni, ex ministra degli esteri e co-leader del partito d’opposizione Unione Sionista – Come avvenne all’indomani degli attacchi terroristici dell’11 settembre [2001], ancora una volta il mondo si divide spontaneamente in due: coloro che sono vittime del terrorismo e si identificano con il dolore delle vittime contro coloro che collaborano in pratica o simpatizzano con chi ha dichiarato guerra al mondo libero.

Per chi avesse ancora incertezze sulle motivazioni degli attentati di venerdì sera a Parigi, l’annuncio dello “Stato Islamico” (ISIS) ha tolto di mezzo ogni dubbio.

Questo feroce terrorismo è l’espressione della guerra che l’islamismo estremista ha dichiarato al mondo occidentale: alla sua cultura, ai suoi valori, le sue convinzioni religiose e culturali.

Ma questo legame, questo dolore condiviso sentito ora dal mondo libero non può esaurirsi qui.

Dobbiamo unirci in uno sforzo di guerra congiunto e senza compromessi. Cristiani, ebrei, musulmani moderati devono combattere insieme.

Ogni singolo individuo è chiamato a scegliere se sta dalla parte del terrorismo, delle sue organizzazioni, delle sue attività, o dalla parte di coloro che lottano contro di esso.

Non ci sono vie di mezzo”. “Ho sempre detto – ha continuato Livni – che il messaggio intrinseco nella guerra al terrorismo è che per il terrorismo non esiste nessuna giustificazione.

Coloro che cercano di imporre la religione estremista islamica con la violenza non si accontenteranno di nulla di meno di una loro vittoria totale.

Dobbiamo fermarli.

Chi crede che questi problemi abbiano inizio e fine nella situazione in Siria deve capire che questa battaglia non è solo sul futuro della Siria: è sul futuro di tutto il mondo.

Soluzioni limitate non serviranno, certamente non nel medio-lungo periodo.

Questo è il momento di passare dalla difesa ad una massiccia offensiva con un obiettivo chiaro: sradicare i responsabili del terrorismo alla fonte, ed eliminarli.

Questa è la direttiva che le potenze internazionali devono adottare: è una guerra che il mondo non ha sinora voluto intraprendere, ma ora lo deve fare. Israele – ha concluso Tzipi Livni – è un partner naturale in questa battaglia.

Il nostro paese è sempre stato dalla parte del mondo libero nella guerra contro il terrorismo.

Oggi Israele deve sostenere la lotta internazionale contro il terrorismo e mettere al servizio di questa battaglia le sue capacità di intelligence e d’altro tipo acquisite in anni di esperienza.

Non solo perché siamo vittime del terrorismo, ma perché i nostri valori sono i valori del mondo libero, ed è quei valori che dobbiamo difendere”.

(Da: Jerusalem Post, 15.11.15)

Ha scritto David Metzler, su Times of Israel (15.11.15): Quando il presidente francese Francois Holland ha dichiarato, in seguito agli attentati a Parigi: “Si tratta di un atto di guerra, la nostra risposta sarà spietata”, un mio amico ha postato su Facebook queste parole: «Non devo aver sentito bene… Quello che dovevo sentire era: “la nostra risposta sarà misurata” o “la nostra risposta sarà proporzionata” oppure “la nostra risposta darà prova di moderazione e mostrerà massimo rispetto per le vite innocenti del Califfato, riconoscendo al contempo che lo Stato Islamico può essere mosso da alcune legittime preoccupazioni che dovranno ottenere risposta”. Strano, ma non l’ho sentito… Non ho sentito il segretario di stato americano esortare la Francia e lo Stato Islamico a deporre le armi e sedere al tavolo dei negoziati come parti uguali. Non ho visto il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite indire una sessione di emergenza per approvare una risoluzione che condanni la Francia per il suo proposito di risposta “spietata”. E la ragione per cui non ho sentito niente di tutto questo è perché un tale scenario sarebbe irrazionale e vergognoso».

Netanel Litman, a sinistra, e suo padre, il rabbino Yaakov Litman, a destra, assassinati venerdì scorso a sud di Hebron da un jihadista palestinese

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