L’economia israeliana in controtendenza

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L’afflusso di capitali stranieri è quasi triplicato dal 2005, anno in cui venne lanciato il movimento per il boicottaggio anti-israeliano

 

Israele è sempre più isolato? Sta subendo una diminuzione degli investimenti stranieri? Sembra proprio di no, stando ai dati sugli investimenti dall’estero in imprese israeliane.

Qualche esempio. Hewlett-Packard, gigante globale di personal computer e stampanti che in Israele gestisce otto centri di Ricerca&Sviluppo, ha recentemente istituito la Silicon Valley-Israel HP Tech Ventures, braccio finanziario alla ricerca di innovative aziende americane e israeliane nei campi 3D, realtà virtuale, iper-mobilità, internet delle cose, intelligenza artificiale e apparecchiature sofisticate.

Manifestando fiducia nelle potenzialità delle innovazioni mediche israeliane, Orbimed, il principale fondo di investimento al mondo per assistenza sanitaria e gestione delle risorse, ha recentemente raccolto 300 milioni di dollari per il suo secondo fondo in Israele, superando i 222 milioni che aveva raccolto per il primo.

Lo scorso mese di maggio la casa automobilistica tedesca Volkswagen ha concluso un accordo di partnership strategica per un investimento 300 milioni di dollari con la start-up israeliana Gett che si occupa di servizi taxi e applicazioni per logistica e distribuzione. Non basta.

La General Motors ha annunciato il triplicamento del personale, da 100 a 300 dipendenti, nel suo centro Ricerca&Sviluppo a Herzliya.

Il centro ha già sviluppato una serie di tecnologie contribuendo a migliorare i margini di competitività della GM sul mercato globale.

Dal 2011 GM Ventures, braccio finanziario della società, ha continuato a investire in un certo numero di aziende start-up israeliane.

Nei primi dieci giorni del mese di giugno sono stati investiti un totale di 237 milioni di dollari, per lo più da investitori stranieri.

I primi dieci giorni di maggio avevano visto investimenti per 28 milioni, saliti alla fine del mese a 327 milioni investiti.

Il totale per il primo semestre del 2016 si sta avvicinando ai 2 miliardi di dollari.

Sempre più spesso gli investitori stranieri riconoscono il vantaggio competitivo offerto da Israele come uno dei principali epicentri globali di tecnologie innovative, secondo solo alla Silicon Valley, e come il più conveniente laboratorio testato sul campo per le industrie statunitensi commerciali e della difesa.

Questa emergente realtà israeliana ha prodotto vantaggiosi legami reciproci con le industrie commerciali e della difesa americane, nonché con l’establishment della difesa degli Stati Uniti.

Ad esempio, Israele ospita il Convegno annuale sulle tecnologie per la lotta al terrorismo co-sponsorizzato dall’Ufficio del Pentagono per il supporto tecnico alla lotta al terrorismo, dalla Direzione Ricerca&Sviluppo del Ministero della difesa israeliano e dalla sezione israeliana del MIT Enterprise Forum.

Il convegno riunisce più di cento aziende star-tup israeliane specializzate nei settori della sicurezza informatica, del riconoscimento di immagini, della localizzazione individuale, della realtà virtuale ecc., che possono contribuire a migliorare la sicurezza negli Stati Uniti e in Occidente.

Israele è sempre più isolato o sempre più integrato nel mercato globale?

Secondo l’Economist Intelligence Unit britannico, “Israele è in controtendenza rispetto al trend globale. Nel primo trimestre del 2016 la raccolta di fondi per singola start-up è sceso di più di un terzo rispetto al suo picco del terzo trimestre del 2015.

Tuttavia nel corso dell’ultimo trimestre del 2015 la raccolta di fondi in Israele è aumentata, e nel secondo trimestre del 2016 si avvia a raggiungere o superare il totale di un miliardo di dollari del primo trimestre 2016.

Una delle ragioni è la posizione insolitamente forte nel campo della sicurezza informatica (dal 10% al 15% del mercato globale), che sta conoscendo un’ondata di investimenti dopo una serie di attentati di alto profilo a livello globale.

Un altro fattore è il recente afflusso in Israele di capitali cinesi, per la maggior parte indirizzati su investimenti a lungo termine come strumento per ottenere accesso alla tecnologia israeliana”.

Secondo uno studio di Bloomberg, “l’esame del flusso di capitali stranieri in Israele mostra un forte aumento: è quasi triplicato dal 2005, anno in cui venne lanciato il cosiddetto movimento BDS (per boicottaggio, disinvestimento e sanzioni contro Israele).

Quest’anno l’economia israeliana è destinata a crescere del 2,8% contro l’1,8% di Stati Uniti e Unione Europea. Nel 2015 le esportazioni dell’industria high-tech israeliana sono aumentate del 13% rispetto al 2014, toccando i 23,7 miliardi di dollari.

L’anno scorso le start-up israeliane hanno raccolto 3,76 miliardi da investitori non israeliani: il più alto importo annuo in un decennio.

Gli investitori stranieri hanno impiegato altri 5,89 miliardi in acquisizioni di start-up israeliane.

L’acquisto di Lumenis ad opera della società d’investimenti cinese XIO Group per 510 milioni di dollari ha guidato la lista delle fusioni e acquisizioni high-tech, seguita dall’acquisizione della ClickSoftware Technologies da parte di una società statunitense di private equity per 438 milioni”.

Il quotidiano economico israeliano Globes ha riferito dell’acquisizione, il mese scorso, dell’israeliana Medical Galilee da parte della britannica BTG per 110 milioni, dell’acquisizione poco dopo dell’israeliana Implisit da parte dell’americana Sales Force.com e della successiva acquisizione dell’israeliana MagnaCom ad opera dell’americana Broadcom per 60 milioni di dollari.

Ulteriore testimonianza della rafforzata integrazione di Israele nel mercato globale è data dai circa 250 giganti high-tech (soprattutto americani) che hanno acquisito centri di Ricerca&Sviluppo in Israele per avvalersi del capitale umane unico offerto da Israele, dove si trova la più alta concentrazione al mondo pro capite di aziende start-up e investimenti di capitale di rischio: un vero e proprio oleodotto iperattivo di sofisticate tecnologie e applicazioni che scorre da Israele (dove il 46% degli adulti ha completato programmi di istruzione superiore) verso gli Stati Uniti, l’Europa, la Cina, la Corea del Sud.

La comunità globale degli investitori offre dunque la più chiara risposta – con la forza dei suoi portafogli di investimento – a coloro che mettono in dubbio che Israele sia in controtendenza rispetto al trend globale, integrandosi anziché isolandosi. Per dirla con le parole di Forbes Magazine, “Israele esercita chiaramente un impatto sproporzionato sull’innovazione globale”.

(Da: Israel HaYom, 19.6.16)

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