Egitto: Ministro degli Esteri Shoukri in visita in Israele – cambia la strategia

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In una conferenza stampa prima della riunione, Netanyahu ha definito il trattato di pace tra Israele ed Egitto una delle “pietre miliari della stabilità nella regione”, prima di ribadire la sua posizione sui colloqui bilaterali con i dirigenti palestinesi come “l’unica via per risolvere il conflitto”.

“Oggi invito di nuovo i Palestinesi a seguire gli esempi coraggiosi di Egitto e Giordania e ad unirsi a noi per negoziati diretti – ha affermato -. Questo è l’unico modo in cui possiamo risolvere tutti i problemi in sospeso tra noi e trasformare la prospettiva di pace basata su due stati per due popoli in realtà”.

Nel frattempo, al-Shukri ha parlato del “senso di responsabilità di lunga data dell’Egitto nei confronti della pace per sé e per tutti i popoli della regione, in particolare per i popoli palestinese e israeliano”.

“Il conflitto israelo-palestinese domina la scena da più di mezzo secolo, mietendo migliaia di vittime, e distruggendo le speranze e le aspirazioni di milioni di Palestinesi di stabilire il loro stato indipendente sulla base dei confini del 1967 con Gerusalemme Est come sua capitale, così come le aspirazioni di milioni di Israeliani di vivere in pace, sicurezza e stabilità”, ha aggiunto al-Shukri.

“Finché il conflitto continua, non è più accettabile sostenere che lo status quo è il massimo che possiamo ottenere”, ha aggiunto il dirigente egiziano. “L’obiettivo che ci proponiamo di raggiungere attraverso i negoziati tra le due parti si basa sulla giustizia, sui diritti legittimi e la volontà reciproca di coesistere pacificamente in due vicini stati indipendenti in pace e sicurezza”.

È difficile tirare le somme della visita ufficiale del ministro degli Esteri egiziano Sameh Shoukri in Israele, soprattutto perché le reazioni riecheggiano ancora, sia tra le strade che nei ceti politici egiziani e del mondo arabo, per queste ragioni:

  • È stata la prima visita ufficiale dopo un congelamento delle relazioni durato 10 anni. Poiché la politica e le posizioni israeliane sono andate estremizzandosi, la fermezza egiziana nell’intraprendere questo passo non sembra giustificabile, e soprattutto non convincono le motivazioni addotte per giustificare la visita e chiarire i benefici per l’Egitto, la Palestina e gli Arabi
  • La visita è terminata a Gerusalemme, “l’eterna capitale unita dello stato ebraico” occupata dalla polizia israeliana. Dato che le Nazioni Unite, e quindi la maggioranza degli Stati, non riconoscono l’illegalità della condizione di Gerusalemme, si teme che la visita possa essere strumentalizzata per il riconoscimento della condizione reale e che altri stati colgano l’occasione per visite simili
  • La visita è stata inscritta in un clima che voleva essere “intimo”, parlando di una cena a casa di Netanyahu e della visione della finale degli europei, il tutto sostenuto dalle foto su internet.

Si deve notare che la visita, che il ministero degli Esteri ha promosso con “l’obiettivo di difendere le operazioni di pace israelo-palestinese”, ha avuto luogo solo due mesi dopo che il presidente El Sisi ha promosso “l’iniziativa volta a ridirezionare la pace fredda con Israele verso una pace calda”.

Per questo, è ampiamente ritenuto che la visita abbia inaugurato una fase qualitativamente diversa nelle relazioni tra Egitto e Israele, e forse riflette un cambiamento nella strategia egiziana su come plasmare questa relazione nel prossimo futuro, grazie a fattori regionali e internazionali. Tra i più importanti:

  • Il collasso del sistema regionale, schiacciato tra il martello dei regimi al potere e l’incudine delle forze estremiste politiche e sociali che sostengono militarmente la caduta dei regimi
  • La confusione all’interno dello stesso mondo arabo e la frammentazione della sua forza, che subisce i colpi di due correnti opposte: da un lato “le arroganti forze mondiali”, sotto lo slogan della “Velayat-e faqih” (governo del giureconsulto, ndr) e dall’altro “la coalizione dei crociati e giudei” sotto lo slogan del “Califfato Islamico”
  • Il ritorno della Russia federale come attore influente nel teatro mediorientale, grazie al vuoto di potere emerso dall’opposizione all’amministrazione Obama nel ruolo di “poliziotto del mondo”
  • L’interesse dell’Unione Europea nel risanare le fratture strutturali a seguito della Brexit
  • I forti e inaspettati recenti cambiamenti nella politica estera turca, a seguito della fermezza di Erdoğan di normalizzare le relazioni con la Russia e Israele, specialmente alla luce della forza del regime Assad in Siria e dei cambiamenti dovuti al colpo di Stato fallito.

L’essenza del ragionamento di alcune recenti analisi politiche regionali è che Israele sia diventata l’unica ancora di salvezza.

Quindi, il cammino per salvaguardare i propri interessi consisterebbe nello spostare gradualmente il modello dalla ricerca dello scontro alla ricerca della collaborazione desiderata, oltre a ricorrere a un’alleanza per la lotta all’Iran e alle associazioni terroristiche.

Le analisi riflettono la pratica: nel pensiero strategico egiziano, non si può escludere che la visita di Shoukri possa essere una via d’uscita.

Le soluzioni delle crisi arabe non possono arrivare da USA o Israele, ma semplicemente dagli arabi, poiché queste non hanno che due radici: la Palestina e la religione.

La soluzione della questione palestinese si trova nella riorganizzazione interna palestinese e la creazione di un nuovo e unito movimento nazionale palestinese, supportato dalla società civile.

La questione religiosa, invece, necessita di un dialogo forte tra sciiti e sunniti, quindi tra Iran e mondo arabo. Senza la soluzione di queste questioni, non c’è speranza di stabilità regionale nel prossimo futuro.

Ma cosa sta succedendo esattamente tra sunniti e sciiti?

Chi sono e dove ha origine il loro conflitto?
I musulmani si dividono in due principali rami: sunniti e sciiti. I sunniti costituiscono tra l’87 e il 90 per cento della popolazione complessiva di musulmani nel mondo.

Gli sciiti costituiscono il restante della popolazione musulmana: tra il 10 e il 13 per cento.
I membri delle due scuole di pensiero hanno coesistito per centinaia di anni condividendo i princìpi fondamentali dell’Islam, spesso chiamati “i cinque pilastri”:
– Shahadatein: l’accettazione di un unico Dio e di Maometto come suo ultimo profeta;
– Salah: le cinque preghiere quotidiane obbligatorie;
– Zakah: la donazione del 2.5 per cento dello stipendio annuale ai poveri;
– Siam: il digiuno nel mese di ramadan;
– Hajj: il pellegrinaggio a La Mecca da fare almeno una volta nella vita (obbligatorio per tutti quelli che sono in grado di affrontarlo).

Se questi princìpi sono pressoché identici, quali sono le differenze tra sciiti e sunniti? Riguardano i rituali, la legge, la teologia e il modo di organizzare la società.
Il significato dei termini sunnita e sciita
– Il termine sunnita deriva dall’arabo Ahl al-Sunnah che significa “il popolo delle tradizioni [di Maometto]”. I sunniti ritengono di essere la scuola di pensiero più ortodossa e tradizionalista dell’Islam.
– Il termine sciita deriva dall’arabo Shi’atu Ali, ovvero “sostenitori [politici] di Ali”, genero di Maometto.
La scissione
Subito dopo la morte del profeta Maometto nel 632, i musulmani si divisero in due rami: il primo, i futuri sunniti, sosteneva che il nuovo leader della comunità musulmana, ovvero il legittimo califfo, fosse Abu Bakr, compagno di Maometto e importante studioso islamico.
Il secondo ramo, i futuri sciiti, sosteneva che diventare califfo fosse invece un diritto riservato ai discendenti di Maometto e che quindi spettasse a Ali ibn Abi Talib, il genero del profeta, dal momento che Maometto non aveva figli maschi.
Molte scuole di pensiero sunnite ritengono che gli sciiti siano i peggiori nemici dell’Islam. A differenza degli ebrei e dei cristiani che sono considerati più semplicemente miscredenti, gli sciiti sono spesso visti come eretici e vengono accusati di venerare il loro Imam Ali e i suoi discendenti.
Qual è la differenza tra imam e califfo
Nell’Islam sunnita il califfo è il leader dell’intera ummah, comunità musulmana, ed è una figura politica, mentre l’imam è semplicemente una figura religiosa che guida la preghiera in moschea.
Nell’Islam sciita invece la parola imam è anche sostituita a califfo, e i dodici imam riconosciuti ufficialmente dagli sciiti, tutti appartenenti alla famiglia del profeta Maometto, sono da loro considerati come i leader spirituali, religiosi e politici della ummah.
Distribuzione geografica
La maggior parte degli sciiti – tra il 68 e l’80 per cento – vive in quattro Paesi: Iran, Pakistan, India e Iraq. L’Iran da solo ne ospita quasi 70 milioni, circa il 40 per cento della popolazione totale degli sciiti nel mondo.
Secondo il Pew Research Center, i Paesi a maggioranza musulmana sono 49, di cui Iran, Iraq, Azerbaijan e Bahrain sono gli unici a maggioranza sciita, e il Libano l’unico a non avere una netta maggioranza tra le due scuole di pensiero.
(Nell’immagine qui sotto: una mappa mostra la distribuzione dei sunniti e sciiti in Medio Oriente)

(Nell’immagine qui sotto: una mappa mostra la distribuzione di musulmani sunniti e sciiti nel Medio oriente)

Quando è cominciata ad aumentare la violenza settaria
Nei Paesi a maggioranza sunnita gli sciiti appartengono spesso alle classi sociali più basse e vengono frequentemente perseguitati.

Ciò ha aumentato il loro senso di oppressione, che ha radici profonde nella storia.
Undici dei dodici imam riconosciuti ufficialmente dagli sciiti sono infatti stati assassinati per mano dei regimi sunniti al potere.

Anche per questo, gli sciiti si sono fatti notare sempre meno all’interno della società, vivendo talvolta anche nell’anonimato, almeno fino alla rivoluzione iraniana del 1979 che li ha portati al potere in Iran.
Da lì, la loro voglia di mettere fine alle persecuzioni e di affermarsi politicamente anche negli altri Paesi islamici li ha spinti a riorganizzarsi socialmente formando partiti e gruppi militanti.
L’impatto della violenza settaria su alcuni Paesi islamici
ARABIA SAUDITA
Il governo dell’Arabia Saudita è composto principalmente da sunniti e la stessa monarchia al potere appartiene al ramo sunnita. L’Arabia Saudita è in costante competizione con l’Iran sciita, che teme potrebbe creare disordini all’interno delle comunità sciite che vivono nei Paesi del Golfo: sia l’Iran che l’Arabia Saudita aspirano infatti a diventare la principale potenza nella regione.
BAHREIN
La maggioranza della popolazione del Bahrein è sciita. Tuttavia al potere vi è una monarchia sunnita. Ispirati dalla primavera araba, nel 2011 gli sciiti hanno cominciato a manifestare per i loro diritti. Il governo del Bahrein e i suoi alleati, tra cui l’Arabia Saudita, hanno represso con violenza le proteste, uccidendo centinaia di civili.
IRAQ
Per molto tempo, la maggioranza sciita del Paese è stata oppressa dal regime sunnita in Iraq, dove si trovano la maggior parte dei luoghi sacri per i musulmani sciiti. Dopo la caduta del regime di Saddam Hussein nel 2003, sono saliti al potere gli sciiti e hanno cominciato a prendere di mira la comunità sunnita, torturata e perseguitata con squadroni della morte. In risposta alla crescente violenza nei loro confronti, i sunniti hanno organizzato diversi attacchi suicidi e attentati. La guerra civile non ha fatto che esasperare gli atteggiamenti nazionalistici degli sciiti al potere e ha in gran parte contribuito al rafforzamento del gruppo militante sunnita dell’Isis.
IRAN
Per l’Iran la cosa più importante è salvaguardare i suoi interessi regionali. Dopo la rivoluzione iraniana del 1979 che ha portato gli sciiti al potere, l’Iran ha cominciato a finanziare e incoraggiare le rivolte sciite nella regione orientale dell’Arabia Saudita, ricca di riserve di petrolio. Il governo iraniano sostiene anche il governo alauita (un ramo sciita) di Assad in Siria, che fa da ponte con il Libano, permettendo di continuare a finanziare le attività del gruppo militante sciita degli Hezbollah.
LIBANO
Il Libano è sempre stato abbastanza stabile, vista l’assenza di una netta maggioranza sciita o sunnita all’interno del Paese. Il potere è distribuito ugualmente: il presidente del governo libanese deve essere un cristiano, il primo ministro un sunnita e il portavoce del parlamento uno sciita. I conflitti si concentrano principalmente nel nord del Paese, ai confini con la Siria, dove il gruppo militante sciita degli Hezbollah sostiene il governo di Assad.
PAKISTAN
Soltanto il 10-15 per cento della popolazione musulmana del Pakistan è sciita e non ha alcuna influenza a livello politico. Per questo motivo gli sciiti del Paese sono spesso vittime di discriminazioni e attentati principalmente condotti dai due gruppi militanti sunniti alleati fra loro: Lashkar-e-Jhangvi e i Tehreek-e-Taliban Pakistan.
SIRIA
Il presidente al potere Bashar al-Assad appartiene alla minoranza degli alauiti (un ramo sciita). Le proteste contro il suo governo sono cominciate nel marzo del 2011 e sono state represse con la violenza. La guerra civile, tutt’oggi in corso, ha in parte contribuito a esasperare i sentimenti di odio e rancore tra sciiti e sunniti all’interno del Paese.
YEMEN
I ribelli houthi, presenti principalmente nel nord dello Yemen, sono sciiti e rappresentano circa un terzo della popolazione totale del Paese. Gli houthi sono riusciti a costringere alle dimissioni il presidente Hadi, riconosciuto dalla comunità internazionale, e hanno così preso il controllo, nonostante la maggioranza di tribù sunnite nel sud del Paese non li riconosca. Una coalizione di Paesi arabi sotto la guida dell’Arabia Saudita sostiene l’ex presidente Hadi contro i ribelli houthi, che sono pro-Iran. Vaste parti del territorio dello Yemen sono inoltre sotto il controllo del gruppo militante sunnita Al Qaeda nella penisola araba, che si contrappone sia agli houthi che al governo di Hadi, e che da anni è preso di mira dalla controversa campagna di droni americani all’interno del Paese.
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