Lavoratori palestinesi in Israele e nell’Autorità Palestinese

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Da una parte diritti e tutele, dall’altra sfruttamento e caporalato

Le condizioni in cui lavorano i palestinesi in Israele e negli insediamenti sono molto migliori di quelle che devono subire nell’Autorità Palestinese.

Lo affermano un avvocato del lavoro arabo-israeliano e un operaio palestinese di Hebron in due distinte interviste del programma “Questioni dei lavoratori”, trasmesso dalla tv dell’Autorità Palestinese.

L’arabo-israeliano Khaled Dukhi, avvocato del lavoro che collabora con la ong israeliana Kav LaOved-Workers’ Hotline, ha detto che il diritto del lavoro israeliano è “molto buono” perché non distingue tra uomini e donne o tra israeliani e palestinesi.

Tuttavia, ha spiegato Dukhi, gli intermediari palestinesi “rubano” da metà a due terzi dello stipendio dei lavoratori, e soprattutto delle lavoratrici, palestinesi.

 

Avvocato Khaled Dukhi: “Il diritto del lavoro israeliano è una buona legge per quanto riguarda i diritti dei lavoratori, sia per gli uomini che per le donne.
La legge israeliana non fa differenza tra un lavoratore che è entrato in Israele illegalmente o legalmente …
Purtroppo, anche se è molto buona, in pratica la legge è diventata molto negativa per le lavoratrici palestinesi.
Ad esempio, le lavoratrici palestinesi nel settore agricolo godono di molti diritti, come qualsiasi lavoratore israeliano nel settore agricolo.
Stipendio superiore al salario minimo; 14 giorni di vacanza all’anno nei primi quattro anni; convalescenza pagata fino a 2.000 shekel [all’anno] nel primo anno e 2.200 shekel nel secondo e terzo anno per ogni lavoratore in Israele; feste pagate, islamiche o ebraiche, spetta a ognuno scegliere”.
Conduttrice: “Ma in pratica, godono di questi diritti previsti dalla legge?”
Khaled Dukhi: “In realtà i lavoratori palestinesi, e soprattutto le lavoratrici palestinesi, non ricevono queste cose.
Perché? Avete detto: l’intermediario palestinese detrae [la sua parte] dallo stipendio della lavoratrice.
No, non detrae: lo spartisce.
In pratica si prende il 50%, il 60%, addirittura il 70% dello stipendio della lavoratrice.
Se il salario giornaliero è di 180 shekel, alla fine lei riceve 60 shekel.
L’intermediario ruba i due terzi del suo stipendio. Scusate la parola [“ruba”], ma è questa la parola esatta”.
Conduttrice: “Sì, riflette la realtà”.
[Da: tv dell’Autoprità Palestinese, programma “Questioni dei lavoratori”, 16.3.16)
Qassem Abu Hadwan, manovale di Hebron: “La mancanza di controllo sui palestinesi proprietari di fabbriche e aziende e sul loro sfruttamento dei lavoratori è quello che ha costretto la gente ad andare in Israele, a lavorare e costruire in Israele.
Se solo [lo stipendio] fosse almeno la metà dello stipendio [in Israele], nessuno andrebbe a lavorare in Israele. Invece i lavoratori devono andare in Israele, perché nessuno [nell’Autorità Palestinese] dà loro ciò che gli spetta per il loro lavoro, sia nelle fabbriche che nelle aziende, e anche nelle municipalità”.
Conduttrice: “Pensi che il reddito basso e lo sfruttamento da parte dei proprietari [palestinesi] di fabbriche e officine è ciò che costringe le persone ad andare [a lavorare] all’interno della Linea Verde [in Israele] o negli insediamenti?”
Qassem Abu Hadwan: “E’ quello che costringe i lavoratori ad andare in Israele. Anche se gli israeliani li sfruttano, però gli danno quello che gli spetta. Alla fine, quando un lavoratore va in Israele e guadagna 200 o 180 shekel [al giorno], a differenza di quello che guadagna qui 50, 70 o 100 shekel, allora dice: un mese di lavoro qui è uguale a una settimana di lavoro là. Non c’è confronto”. […]
Conduttrice: “Occorrono investimenti, e che siano rispettati i diritti dei lavoratori. Ciò che spinge i lavoratori, come abbiamo detto, ad andare all’interno [in Israele] o negli insediamenti è lo sfruttamento che subiscono e il basso reddito [nell’Autorità Palestinese] … Parlano di circa 12 ore al giorno nei lavori di edilizia sul mercato palestinese, contro le 8 ore all’interno di Israele”.
(Da: tv dell’Autoprità Palestinese, programma “Questioni dei lavoratori”, 4 e 16.2.16)

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