HSBC : Riciclaggio e fondi ai narcos di Messico e Colombia

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Dopo le grandi agitazioni nel mondo bancario internazionale provocate dagli stress test, le vacanze estive sembra abbiano creato un’ovattata atmosfera di apparente tranquillità. Ma, osservando con più attenzione i processi finanziari in corso, l’emergenza resta sempre dietro l’angolo.

Non solo per quanto riguarda il futuro della MPS, della Veneto Banca e di altre banche in Italia.

Negli Usa, per esempio, la componente repubblicana del Comitato per i Servizi Finanziari della Camera dei Deputati ha recentemente presentato un dossier sul coinvolgimento della grande banca inglese, la Hong Kong Shanghai Bank Corporation (HSBC), nel riciclaggio dei soldi provenienti dal traffico di droga operato dal cartello messicano di Sinaloa e da quello colombiano del Norte del Valle.

HSBC è una delle più grandi istituzioni finanziarie del mondo, con oltre 2.5 trilioni di dollari in azioni, 89 milioni di clienti, 300mila impiegati, capace di generare nel 2011 oltre 22 miliardi di utili. Negli ultimi anni, il gruppo bancario ha aperto filiali in oltre 80 paesi in tutto il mondo operando in Stati dove la legislazione contro il riciclaggio sono molto deboli e le operazioni ad alto rischio di riciclaggio sono molto frequenti.

In particolare il gruppo Hsbc ha iniziato ad occuparsi dell’area latino-americana negli ultimi dieci anni acquisendo e trasformando le banche locali in sue filiali.

È il caso del Messico, dove la Hsbc nel novembre 2002 porta a termine l’acquisto della quinta più grande banca messicana, il Banco Internacional S.A. che apparteneva al Grupo Financiero Bital, S.A. de C.V. (Bital), per una cifra di 1.1 miliardi di dollari trasformandola nella sua filiale messicana: la Hbmx.

La Hbmx negli anni 2007 e 2008 è stato il più grande esportatore di dollari verso la filiale americana della Hsbc, la Hbus, con cifre che rispettivamente hanno superato i 3 e i 4 miliardi di dollari. Un flusso di dollari che ha insospettito le autorità di controllo messicane e statunitensi secondo le quali Hsbc, attraverso la sua filiale messicana Hbmx, avrebbe favorito il riciclaggio di oltre 7 miliardi di dollari dei cartelli messicani grazie alla mancata applicazione delle misure antiriciclaggio (Aml).

Dal 2002 al 2009, il gruppo Hsbc e la Hbus hanno considerato il Messico come un paese “a basso rischio di riciclaggio” permettendo ai narcos di depositare i proventi delle attività illegali attraverso i rapporti con le casas de cambio messicane come la Casa de Cambio Puebla, già al centro di numerosi altri scandali in passato.

Una mancanza che si è trascinata negli anni nonostante i numerosi richiami dell’autorità e che è stata punita con una sentenza storica che ha sanzionato la banca al pagamento di 1.9 miliardi di dollari, una cifra record ma che equivale a sole 5 settimane di profitti per la banca.

Nessuna condanna penale è stata inflitta ai dirigenti della banca, costretti alle dimissioni nell’estate 2012, tra cui l’ex-dirigente Sandy Flockart e di David Bagley, responsabile Compliance del gruppo dal 2002.

L’accusa principale è che i dirigenti della Hbmx erano a conoscenza dei rischi legati ai conti messicani, ma non hanno agito per evitare il riciclaggio; gli scambi delle mail tra i dirigenti della banca, contenuti nelle oltre 500 pagine dell’inchiesta del Senato Americano, testimoniano la presenza di un forte grado di consapevolezza di tale rischio.

In seguito allo scandalo, l’attuale direttore del gruppo bancario, in una lettera ai dipendenti, ha ammesso che “tra il 2004 e il 2010 le nostre misure anti riciclaggio avrebbero dovuto essere più forti e noi abbiamo fallito nel controllare transazioni inaccettabili” annunciando in seguito l’adozione di nuove misure di prevenzione “non perché i regolatori ce lo stanno chiedendo, ma perché noi lo dobbiamo domandare a noi stessi”.

Una frase che nei dieci anni precedenti è stata ripetuta troppo spesso dai vertici del gruppo bancario senza però trovare mai applicazione. La storia di questo gruppo bancario messicano appare già legata ad alcuni casi di riciclaggio, come quello scoperto nel 1998 grazie all’operazione sotto copertura denominata “Casablanca” condotta dagli agenti della Dea. Un evento che rappresenta solamente la punta di un iceberg caratterizzato dall’assenza di un sistema di controllo sulle “Aml compliance”.

Sono stati documentati ben 881 milioni di dollari “lavati” dai narcotrafficanti nel sistema bancario americano.

Quella emersa e documentata dalle indagini in realtà è solo una piccola parte dell’enorme business che si è sviluppato, in modo incontrastato, per anni.

Il rapporto accusa in particolare il Dipartimento di Giustizia americano di avere bloccato il processo contro la banca, anche su pressione della Financial Services Authority, l’equivalente inglese della Consob, in quanto ” esso avrebbe potuto avere serie conseguenze per il sistema finanziario”.

E’ un’accusa molto forte che la dice lunga sull’opacità di certe operazioni fatte da importanti attori del sistema bancario americano e inglese.

Soprattutto sulla capacità delle ‘too big to fail’ di influenzare le decisioni delle istituzioni finanziarie di controllo e addirittura di quelle dei governi.

L’opacità naturalmente si estende anche a molte altre operazioni finanziarie e ai bilanci delle banche che spesso non riflettono il loro vero stato di salute.

Nonostante gli stress test. Anche in Europa sono in corso alcune complesse operazioni bancarie, in particolare in Germania.

All’inizio di agosto l’indice borsistico europeo Stoxx Europe 50 ha rimosso dal suo listino la Deutsche Bank e il Credit Suisse per evitare che il livello dell’indice fosse influenzato negativamente dalle continue perdite di valore delle azioni delle suddette banche.

Attraverso le pagine del quotidiano tedesco Frankfurter Allgemeine Zeitung, Martin Hellwig, un importante economista dell’istituto tedesco di ricerca Max Planck, ha addirittura ventilato l’ipotesi della necessità di una nazionalizzazione della Deutsche Bank che si troverebbe in “una crisi peggiore di quella del 2008”.

Il bail in, con la partecipazione di azionisti e obbligazionisti nella copertura delle perdite della banca, non sarebbe sufficiente a salvarla.

Da parte sua il Fmi ha recentemente dichiarato che la DB “presenta grandi rischi ” per l’intero sistema bancario. Infatti essa sarebbe grandemente indebitata e pericolosamente sotto capitalizzata.

La DB è anche  in continuo conflitto con l’agenzia americana Commodity Futures Trading Commission (CFTC), che controlla il mercato dei derivati,  in quanto non esporrebbe in modo chiaro la vera situazione delle sue operazioni in derivati finanziari otc, “compromettendo la capacità di valutare i potenziali rischi sistemici del mercato dei derivati”.

Da ultimo anche la Banca del Regolamenti Internazionali e l’International Organization of Securities Commissions (IOSCO), che coordina gli enti di vigilanza dei mercati finanziari a livello mondiale, affermano che persino le Central Counterparty Clearing (CCP), cioè le “casse di compensazione” che dovrebbero garantire le parti coinvolte nei contratti in derivati, non sarebbero in grado di far fronte ai loro compiti per mancanza di fondi.

Al riguardo non è un caso che la stabilità delle casse di compensazioni e i rischi derivanti dalla speculazione finanziaria siano stati posti, su iniziativa della Cina e dell’India, nell’agenda del G20 che si terrà nella città cinese di Hangzhou all’inizio di settembre.

Ciò dovrebbe essere di monito anche in Europa per far sì che il sistema bancario e i derivati non siano lasciati in balia del “fai da te” del mercato.

Senza ulteriori  indugi essi dovrebbero essere sottoposti ad una stringente e profonda revisione da parte dei governi che dovrebbero ovviamente mirarli più al credito produttivo che agli interessi della speculazione finanziaria.

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