Gli invisibili profughi ebrei dai paesi arabi

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In una giornata d’inizio autunno del 1956 Lilian Abda stava tranquillamente nuotando dalle parti del Canale di Suez quando i soldati egiziani la arrestarono.

“Venni portata in costume da bagno alla stazione di polizia – ricorda – Il giorno dopo, io e tutta la mia famiglia venivamo espulsi dal paese”.

Lilian Abda, che ora vive a Haifa, è uno dei 25.000 ebrei egiziani che sessant’anni fa subirono le brutali conseguenze della crisi di Suez.

Temendo i piani di Gamal Abdel Nasser, il dittatore militare egiziano, di nazionalizzare il Canale di Suez, Gran Bretagna e Francia si accordarono con Israele per attaccare l’Egitto. Gli israeliani lo fecero per rispondere ad un atto di guerra di Nasser – la chiusura dello Stretto di Tiran – e ad anni di incursioni terroristiche organizzate dal Cairo.

La vendetta di Nasser fu immediata e si scatenò conto gli ebrei egiziani. Lilian Abda fu accusata di passare informazioni a Israele.

“Mi hanno chiamato la Mata Hari del Canale” dice.

Ai titolari di un passaporto britannico o francese furono concessi alcuni giorni di tempo per lasciare il paese.

Anche altri 500 ebrei, tra cui ebrei apolidi o con nazionalità egiziana, furono espulsi e tutti i loro beni sequestrati.

Ricorda Jenny Stewart, nata Sitton, poi stabilitasi in Inghilterra: “Ci permisero di portare con noi solo 20 sterline a testa.

Io cucii una banconota da 10 sterline in un lembo del mio vestito. I gioielli di mia madre vennero confiscati dagli ufficiali dell’emigrazione quando arrivammo in aeroporto”.

La situazione degli ebrei egiziani si ripeté in tutto il mondo arabo, con gli ebrei privati dei loro diritti civili e costretti a partire.

La maggior parte di quei profughi ebrei ha trovato rifugio in Israele.

Le comunità ebraiche perdute nel mondo arabo. Prima: 856.000 ebreo. Oggi: 4.315 ebrei (clicca per ingrandire)

Due anni fa, la Knesset ha approvato una legge che designa il 30 novembre come la giornata ufficiale per ricordare lo sradicamento, negli ultimi sessant’anni, di quasi un milione di profughi ebrei dai paesi arabi e dall’Iran.

La data del 30 novembre è stata scelta perché è il giorno successivo all’approvazione da parte delle Nazioni Unite del piano del 29 novembre 1947 per la spartizione della Palestina Mandataria britannica in due stati, uno ebraico e uno arabo.

La spartizione venne rifiutata dagli arabi e le violenze che scoppiarono sin dal giorno successivo, accompagnate dalle agghiaccianti minacce dei capi arabi, portarono alla distruzione di comunità ebraiche millenarie che risalivano a ben prima dell’avvento dell’islam. Dopo la rivoluzione khomenista del 1979, anche i quattro quinti della comunità ebraica iraniana furono costretti a fuggire.

Oggi, gruppi musulmani di minoranza e minoranze non musulmane, a partire dai cristiani, subiscono sistematiche persecuzioni.

Ma la gente dimentica che i primi a subirle furono gli ebrei. Come dice un noto proverbio della zona: “prima tocca al popolo del sabato gente, poi al popolo della domenica”.

Nei mesi di novembre e dicembre Harif, l’Associazione degli ebrei dal Medio Oriente e dal Nord Africa, organizza una serie di eventi per ricordare la condizione dei profughi ebrei dai paesi arabi e musulmani.

Da Amsterdam a Sydney, da Toronto a Bologna, da Birmingham a New York, da San Francisco a Londra, organizzazioni ebraiche di tutto il mondo, spesso collaborazione con le ambasciate d’Israele, organizzano conferenze, proiezioni di film e dibattiti.

I profughi sono decisamente in prima pagina, di questi tempi.

Ma fino a quando non avvenne il drammatico sradicamento di massa causato dalle guerre in Iraq e in Siria, il mondo pensava che “profugo” in Medio Orientale fosse sinonimo di “profugo palestinese”.

Eppure erano più numerosi gli ebrei profughi dai paesi arabi che i profughi arabo-palestinesi (850.000 contro 711.000, secondo i dati delle Nazioni Unite).

In nome della battaglia per la pace è indispensabile che tutti i profughi autentici siano trattati allo stesso modo, e invece i diritti dei profughi ebrei non sono mai stati adeguatamente considerati.

Oggi in Egitto gli ebrei si contano sulle dita delle mani, contro gli 80.000 di un tempo. Profughi ebrei come Lilian Abda hanno ricostruito la loro vita senza creare problemi al resto del mondo.

Non si aspettano granché in termini di risarcimento.

Ma chiedono che sia riconosciuto il loro posto nella memoria e nella storia.

(Da: Times of Israel, 28.11.16)

 

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