domenica, Luglio 25, 2021
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Russia: l’intermediario tra Turchia e Siria

La Turchia ha inviato truppe nel nord della Siria per respingere i jihadisti dal confine ed arrestare l’avanzata del curdi siriani.

La Turchia mira a creare una zona di sicurezza lungo il confine turco-siriano, lunga 98 chilometri e profonda 45 chilometri.

Secondo il primo vice presidente del Comitato di Difesa e Sicurezza del Consiglio della Federazione Russa, Franz Klintsevich, raggiunto da Izvestia, la condivisione delle informazioni di intelligence rientra nella nuova linea in tema di politica estera adottata dalla Turchia subito dopo il fallito golpe della scorsa estate.

Russia e Turchia appartengono a diversi blocchi politico-militari.

Ciò significa che la cooperazione tecnico-militare tra i due paesi deve comunque tenere conto, almeno fino ad oggi, dei fattori geopolitici e strategici in atto.

Nonostante sia membro della Nato – ha aggiunto Klintsevich – la Turchia è profondamente turbata dal fallito golpe e dal possibile coinvolgimento indiretto delle potenze occidentali. Sarebbe stato proprio il fallito colpo di stato ad avvicinare Ankara a Mosca.

Lo scorso 24 novembre, l’esercito turco ha riferito che un attacco aereo da parte delle forze governative siriane ha provocato la morte di 3 soldati turchi e del ferimento di altri 10 nei pressi di Al-Bab, città frontaliera della Siria occidentale.

Si tratta della prima volta in cui la Turchia incolpa il governo di Assad per la morte di soldati turchi su territorio siriano sin dall’inizio della campagna militare tre mesi fa.

L’assenza di ribelli siriani tra i soldati presi di mira e i continui attacchi sulla stessa posizione hanno poi suscitato altre domande: qual era il motivo dietro gli attacchi?

Come influenzeranno l’andamento del conflitto?

E soprattutto, i soldati turchi sono stati presi di mira deliberatamente?

L’offensiva turca, che vede una coalizione di gruppi ribelli siriani supportati dalle truppe turche, è stata lanciata lo scorso 24 agosto per riprendere il controllo della città frontaliera di Jarablus dalle mani di Daesh (ISIS), nonché per smorzare gli animi delle forze curdo-siriane, considerate da Ankara una minaccia a causa della loro affiliazione con il Partito dei Lavoratori del Kurdistan (PKK), fuorilegge in Turchia.

L’offensiva è stata preceduta da un riavvicinamento con la Russia dopo 8 mesi di tensioni causate dall’abbattimento di un jet russo alla fine del 2015.

Tale riavvicinamento ha scatenato speculazioni su un accordo segreto tra Ankara e Mosca riguardo alla Siria e l’assenza di attacchi militari tra la Turchia e il regime siriano – nonostante l’ostilità reciproca – da adito a queste speculazioni.

Tuttavia, questo presunto accordo turco-russo è anche considerato uno dei motivi dietro l’attacco del 24 novembre.

Sono varie le potenziali motivazioni, sia individuali che collettive, che potrebbero spiegare l’attacco sulle forze turche.

Potrebbe essere stato un avvertimento per tenere lontana Ankara da Al-Bab.

È inoltre opinione condivisa tra alcuni che la Russia – nonostante approvi l’operazione turca – non permetterà ai gruppi ribelli sostenuti dalla Turchia di riprendere la città frontaliera perché Mosca teme che Ankara e i suoi alleati ribelli siriani saranno poi in grado di minare l’operazione del governo ad Aleppo.

Il sabotaggio della nuova cooperazione tra Turchia e Russia, che costituisce una minaccia a lungo termine per il presidente siriano Bashar al-Assad, potrebbe essere un altro motivo. “Assad e l’Iran, sebbene per ragioni diverse, non sono contenti del ripristino delle relazioni turco-russe”, ha dichiarato una fonte diplomatica rimasta anonima.

“Assad ha paura che tale cooperazione potrebbe portare, nel lungo termine, ad un aggiustamento politico che lo costringerebbe a condividere il potere con l’opposizione.

Da parte sua, L’Iran ha paura che i due paesi condividano un interesse nel limitare la sua influenza sulla Siria e quindi potrebbe aver cospirato per sabotare le rinnovate relazioni bilaterali”, conclude la fonte.

Inoltre, l’attacco è accaduto proprio un anno dopo l’abbattimento di un aereo russo da parte della Turchia nello spazio aereo siriano, suggerendo che si trattasse di un atto di vendetta.

Quanti d’accordo con questa tesi sostengono che, anche se la Russia non ne è la diretta responsabile, il regime siriano non avrebbe mai osato procedere a un simile attacco senza il permesso di Mosca.

L’attacco, infine, fa temere un’escalation del conflitto, già abbastanza complesso.

Tuttavia, se si analizzano bene le reazioni che hanno seguito l’incidente, tale probabilità è molto remota.

Inizialmente, la Turchia si è rifiutata di ritirare le sue forze dalla Siria e ha dispiegato due jet in standby di emergenza.

Le tensioni sono aumentate quando il presidente turco, Recep Tayyip Erdogan, ha dichiarato che per la prima volta il suo paese interveniva in Siria per “porre fine al governo del crudele Assad e la sua politica di terrore”: un linguaggio forte, ma abbandonato quasi subito da Erdogan in favore di toni più diplomatici nei confronti del regime siriano, considerando che nel frattempo il leader turco era impegnato in negoziati con il presidente russo Vladimir Putin.

Tre giorni dopo il commento sul “crudele Assad”, Erdogan ha detto che l’obiettivo dell’offensiva turca in Siria non è il paese in particolare, ma le organizzazioni terroristiche.

Lo stesso giorno, il ministero degli Esteri turco ha rettificato una sua dichiarazione che dimostrava che la Russia confermava la responsabilità del regime siriano per l’attacco: la nuova dichiarazione sosteneva che la controparte russa aveva affermato che né Mosca né Damasco erano responsabili per l’attacco e che c’era stato un problema di traduzione che aveva fatto capire il contrario.

Inoltre, gira voce che la Turchia stia promuovendo dei negoziati ad Ankara tra la Russia e i ribelli siriani per porre fine alle ostilità ad Aleppo, il che potrebbe spiegare il repentino cambio di direzione e indicare che l’incidente è stato superato.

Se la Turchia dovesse davvero riuscire a promuovere un accordo, questo potrebbe migliorare le sue relazioni con la Russia e assicurarle un ruolo politico molto più attivo nel conflitto siriano, che a sua volta potenzierebbe ancor di più Mosca marginalizzando gli USA.

Il graduale scemare dell’escalation di parole sul regime siriano da parte della Turchia dimostra che le relazioni turco-russe sono forti, il che rende remota la possibilità di uno scontro miliare tra Ankara e Damasco. Esso dimostra, infine, che il tentativo turco di riprendere Al-Bab avverrà con il permesso e la garanzia di Mosca.

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