In Yemen, la guerra civile sta diventando teatro di divisioni tra le varie parti coinvolte.
Nel 2012 il presidente Ali Abdullah Saleh, alla guida del Paese da oltre trent’anni, ha lasciato il potere e la nazione è piombata in una guerra civile dopo il colpo di Stato dei ribelli Houthi nella capitale Sana’a.
Tre anni dopo, l’Arabia Saudita ha formato una coalizione ed è intervenuta militarmente nel conflitto, prima con l’operazione “Decisive Storm” e poi con quella “Restoring Hope”, ancora in corso.
Lo Stato yemenita occupa una posizione strategica controllando lo stretto di Bab el Mandeb, che collega il Mar Rosso con il Golfo di Aden in cui transitano le petroliere dirette verso il canale di Suez.
La protezione delle navi che trasportano olio e gas è per gli Emirati Arabi Uniti (e per gli altri stati del Golfo) un obiettivo prioritario, poiché rappresenta un punto vitale e cruciale per la loro economia, ancora di più dopo il recente attacco da parte degli Houthi ad una nave della marina militare nel Mar Rosso.
L’Arabia Saudita ha invece come obiettivo primario la restaurazione di un governo legittimo, supportando il presidente Hadi che è riconosciuto dalla comunità internazionale, che non è mai riuscito a prendere del tutto il controllo del Paese né ad avviare le riforme promesse.
I punti di attrito fra i due Paesi sono il fatto che la monarchia saudita supporti il partito di Al-Islah, affiliato ai Fratelli Musulmani, che invece sono visti come un nemico acerrimo dagli Emirati e la nomina a vicepresidente di Ali Mohsen al-Ahmar, dopo aver estromesso Khaled Bahhah, vicino agli EAU.
La presenza anglo-americana non ha impedito la deriva della guerra.
Ci si è girati dall’altra parte di fronte alle accuse di violazioni sistematiche dei diritti umani denunciate ripetutamente da varie organizzazioni non governative internazionali.
Anzi, il neo ministro degli esteri inglese Boris Johnson ha fatto meglio del silenzio americano ed ha negato che queste siano mai avvenute.
La scarsa dimestichezza dei sauditi con il concetto di diritti umani ha fatto il resto.

John Kerry
Negoziati senza soluzione
Ci sono stati sinora vari tentativi di negoziati internazionali per trovare un accordo per mettere fine alla guerra.
L’ultimo round di colloqui in Kuwait è fallito ad agosto dopo tre mesi di discussioni inutili. Subito dopo sono ripresi i bombardamenti.
Durante l’ultima visita del Segretario di Stato USA John Kerry a Riad è giunta una nuova proposta: cessazione delle ostilità, ritiro gli Houthi dalla capitale Sana’a conquistata nel settembre del 2014 e la contestuale consegna di tutti gli armamenti pesanti. Come dire ai ribelli: arrendetevi.
Più che una proposta, una boutade.
Con l’apporto del deposto presidente Saleh, i ribelli Houthi hanno costituito un “Consiglio supremo politico” per il governo del Paese; dall’altra parte, il presidente “legittimo” Hadi, il cui governo è in esilio, millanta di poter gestire il Paese grazie ai proventi petroliferi.
Nessuna delle due parti sembra intenzionata ad arrivare ad un compromesso. I ribelli cercano la legittimazione attraverso il voto di un Parlamento il cui mandato è scaduto nel 2009, mentre Hadi cerca di esercitare il suo potere grazie al sostegno militare saudita.
I terroristi di AQAP, nel frattempo, approfittano della guerra civile per rafforzarsi e per controllare alcune aree del Paese, sopratutto l’Hadhramaut, l’area confinaria con l’Oman.
La guerra in Yemen sta avendo un effetto dirompente sulle casse saudite.
In deficit crescente ed il crollo dei prezzi petroliferi ha già portato ad una decurtazione del 20% dei salari dei dipendenti pubblici.
Sul fronte opposto, gli yemeniti sono attrezzati a vivere in povertà e quindi anche a sopravvivere con economie di scambio e sussistenza, con il mercato nero e con quel poco che può essere commercializzato.
Gli Houthi, inoltre, con quel poco di tasse che riescono ad imporre si finanziano la guerra. Anche perché l’export di petrolio, che costituiva circa la metà degli introiti statali, è adesso bloccato.
Resta aperta la questione delle ricostruzione delle infrastrutture andate distrutte. Ma questa sarà affrontata in tempi di pace.
Del resto, questa guerra senza senso al momento non lascia intravedere alcuna soluzione politica.
Le operazioni militari sono in stallo.
L’esercito saudita ed i suoi oltre 100.000 uomini godono del supporto logistico fornito dagli americani e sono affiancati da truppe provenienti da altri Paesi: un migliaio di egiziani, 800/900 sudanesi, mille dal Qatar, una brigata fornita dagli Emirati Arabi Uniti che hanno assoldato anche quasi 2.000 mercenari colombiani, un battaglione d’artiglieria kuwaitiana, 300 dal Bahrein, 2.100 dal Senegal.
Nel conteggio non sono incluse le truppe lealiste di Hadi.
Ai soldati sul terreno bisogna sommare una forza aerea di circa 100 aerei sauditi a cui vanno aggiunti i velivoli di altre nazioni (Giordania, Egitto, UAE, Bahrein, Marocco, Sudan, Kuwait, Qatar).
Questo massiccio spiegamento di forze non è sinora riuscito a sconfiggere circa 100.000 miliziani Houthi affiancati dalle truppe rimaste fedeli all’ex presidente Saleh.
Anzi, adesso la guerra è tracimata in territorio saudita: ci sono state sporadiche incursioni delle milizie di Ansar Allah, ci sono stati ripetuti lanci di missili balistici.
E’ noto che dietro agli Houthi vi è il supporto iraniano, nonché la presenza di istruttori militari provenienti dagli Hezbollah.
Recentemente una delegazione dei ribelli si è recata a Baghdad per trovare sostegno – ufficialmente umanitario, ma soprattutto politico – nell’ambito di quella solidarietà dei Paesi a maggioranza sciita.
Ed è in sostanza un’iniziativa che rinfocola lo scontro settario fra sunniti e sciiti oramai prevalente in Medio Oriente.
D’altronde è su questi presupposti che è in realtà iniziata la guerra in Yemen.
Gli Stati Uniti stanno comunque tentando, con l’aiuto dell’ONU, di favorire la creazione di un governo di unità nazionale.