Com’era prevedibile, l’operazione di facciata di Hamas sta già avendo successo (a scapito di Israele e della verità)

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La copertina del “Documento di principi e politiche generali”, pubblicato da Hamas l’1.5.17. In evidenza, il logo di Hamas con la consueta mappa della terra da liberare “dal fiume al mare”: Israele è cancellato dalla carta geografica

Attenzione: la parentesi è già scomparsa. Lo scorso primo maggio il Corriere della Sera titolava: “Hamas: sì ai confini del 1967 per la Palestina (ma no a Israele)”.

La parentesi c’era, e serviva per sintetizzare in poche parole la posizione espressa dal movimento islamista palestinese nel suo nuovo documento politico.

Vi si legge, infatti, al paragrafo 20:

“Hamas ritiene che nessuna parte della terra della Palestina possa essere ceduta o sottoposta a compromessi indipendentemente dalle cause, dalle circostanze e dalle pressioni, e indipendentemente dalla durata dell’occupazione.

Hamas rifiuta qualsiasi alternativa alla piena e completa liberazione della Palestina, dal fiume al mare.

Tuttavia, senza compromettere il proprio rifiuto dell’entità sionista e senza rinunciare a nessun diritto palestinese, Hamas considera l’istituzione di uno stato palestinese pienamente sovrano e indipendente, con Gerusalemme come capitale, lungo le linee del 4 giugno 1967, con il ritorno dei profughi e degli sfollati nelle case da cui sono stati espulsi, come una formula di consenso nazionale”.

Se non fosse abbastanza chiaro, Hamas precisa al paragrafo 2:

“La Palestina, che si estende dal fiume Giordano a est fino al Mediterraneo a ovest e da Ras Al-Naqurah [Rosh HaNikra] a nord a Umm Al-Rashrash [Eilat] a sud, è un’unità territoriale integrale.

È la terra e la casa del popolo palestinese”. E al paragrafo 4 specifica:

“I palestinesi sono gli arabi che vivevano in Palestina fino al 1947, indipendentemente dal fatto che siano stati espulsi o vi siano rimasti, e ogni persona nata da un padre arabo palestinese dopo tale data, sia all’interno che all’esterno della Palestina, è palestinese” [corsivo nostro].

E se ancora non bastasse, al paragrafo 18 proclama che “l’istituzione di ‘Israele’ [tra virgolette] è totalmente illegale e contravviene ai diritti inalienabili del popolo palestinese, alla sua volontà e alla volontà della Ummah [comunità islamica]”; e al paragrafo 19 che “non via sarà nessun riconoscimento della legittimità dell’entità sionista”.

Anche su modi e mezzi non ci sono dubbi. Il paragrafo 24 afferma che “la liberazione della Palestina è dovere del popolo palestinese in particolare, e della Ummah araba e islamica in generale”.

E il paragrafo 25 che “resistere all’occupazione con tutti i mezzi e i metodi è un diritto legittimo garantito dalle leggi divine e dalle norme e leggi internazionali, e al suo centro sta la resistenza armata, che è da considerare una scelta strategica”. Difficile essere più espliciti.

Certo, accettare uno stato sulle linee del ‘67, dunque accanto a Israele, e continuare a battersi con tutti i mezzi, cioè con il terrorismo, per conquistare tutta la terra “dal fiume al mare”, dunque cancellando Israele dalla carta geografica, potrebbe sembrare una contraddizione. Ma non lo è.

Corriere della Sera, 1 maggio 2017

Lo sanno bene quelli di Fatah che sin dal 1974, con il cosiddetto “Piano a fasi”, stabilirono di accettare la creazione di una “autorità nazionale indipendente combattente” su qualunque porzione di territorio palestinese liberato (art. 2), per poi proseguire la lotta contro Israele usando come base il territorio indipendente (artt. 3, 4, 8 e 10), cercando di coinvolgere i paesi arabi confinanti in una nuova conflagrazione generale che porti alla definitiva distruzione di Israele (art. 8).

Ecco perché il portavoce di Fatah, Osama al-Qawasme, ha immediatamente chiesto a Hamas di scusarsi per aver ripetutamente accusato il gruppo rivale di tradimento, ora che Hamas si è allineata alla posizione che l’Olp ha assunto da decenni.

Eppure, passa una sola settimana e domenica 7 maggio quella fatidica parentesi è già scomparsa.

In una notizia di 11 righe sulla nomina del nuovo capo di Hamas Ismail Haniyeh, il Corriere della Sera ritiene di dover precisare:

“Il movimento che governa la Striscia di Gaza nei giorni scorsi ha accettato l’opzione secondo cui uno stato palestinese ‘può essere edificato entro i confini del 1967’.”

Punto. Come dire: manca soltanto il sì di Gerusalemme e l’accordo è fatto. Ma la parentesi sul “no a Israele”, dov’è finita?

Mancava lo spazio?

O forse la si considera un dettaglio trascurabile?

O un cavillo troppo pedante?

Ma sì, lasciamola perdere.

Tanto il succo è quello, no?

Il sì di Hamas allo stato palestinese accanto e in pace con Israele: assiomatico, come quello che Olp e Fatah ci ripetono da anni.

Senza postille, né dentro né fuori parentesi.

E se Israele non ci crede?

Beh, è senz’altro per colpa della sua eterna intransigenza.

(israele.net, 7.5.17)

Corriere della Sera, 7 maggio 2017

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