I minorenni palestinesi commettono attentati per migliorare il loro status agli occhi della loro società

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Lo ammettono gli stessi propagandisti anti-israeliani senza chiedersi se tale comportamento abbia a che fare con la glorificazione del terrorismo e l’indottrinamento all’odio

Da quasi dieci anni la ong palestinese Defense for Children International-Palestine (DCI-P) continua ad accusare ingiustificatamente Israele di violare i diritti dei minorenni palestinesi arrestati perché sospettati d’aver commesso attacchi terroristici. Più recentemente, la ong DCI-P ha lanciato una campagna negli Stati Uniti e in Canada intitolata “Non è così che si tratta un bambino” con l’obiettivo di “porre fine alla prolungata occupazione militare dei palestinesi da parte di Israele”. Tra le varie accuse infondate, la ong DCI-P sostiene che i minorenni palestinesi verrebbero arrestati e condannati senza motivo e senza alcuna garanzia processuale.

Tuttavia, in una recente intervista alla TV ufficiale dell’Autorità Palestinese, proprio un funzionario della ong DCI-P, il direttore del “Programma Accountability” Ayed Abu Qteish, smentisce di fatto le accuse mosse dalla sua stessa organizzazione. Nell’intervista, infatti, Abu Qteish afferma che in effetti i minorenni palestinesi commettono davvero attentati terroristici, e che non lo fanno necessariamente per attaccare gli israeliani quanto per preservare o migliorare il loro status all’interno della società palestinese.

Ecco i passi più significativi dell’intervista.

Ayed Abu Qteish: «Ci sono bambini che, quando erano in prigione, dicevano all’avvocato: “io voglio essere carcerato”. La prima volta che [il minorenne] era stato arrestato, non aveva confessato e lo avevano rilasciato perché non c’erano prove per condannarlo davanti al tribunale militare israeliano. Anche la seconda volta non c’erano prove. La terza volta voleva essere incarcerato affinché la sua immagine non risultasse compromessa agli occhi dei suoi amici, anche se in realtà era innocente … In diversi casi [i minorenni palestinesi] hanno compiuto operazioni di accoltellamento per via del modo in cui li vede la gente. Hanno capito che “il modo migliore per ripulire la mia immagine [dal sospetto di collaborare con Israele] è partecipare a operazioni di resistenza”». (Da: TV ufficiale dell’Autorità Palestinese, 11.10.17)

Questa dichiarazione del funzionario della ong DCI-P è importante per almeno un paio di motivi.

In primo luogo, Abu Qteish attesta che i minorenni palestinesi sospetti vengono regolarmente rilasciati quando l’indagine non è in grado di suffragare l’accusa con prove sufficienti, contrariamente a quanto afferma la sua stessa ong.

In secondo luogo Abu Qteish afferma che, in diversi casi, i minorenni palestinesi compiono effettivamente attentati terroristici e che la motivazione per farlo non ha a che fare con le politiche di Israele o le condizioni della popolazione palestinese, quanto piuttosto con la percezione di come la loro stessa società considera gli attentati e chi li compie.

Purtroppo sia l’intervistato che l’intervistatore non hanno pensato di approfondire questo aspetto cruciale, e domandarsi da dove origini questa percezione così dominante e pervasiva da indurre giovanissimi palestinesi a compiere sanguinosi attentati. Se l’avessero fatto, avrebbero potuto utilmente interrogarsi sulla insistente glorificazione degli attentatori, costantemente celebrati senza alcun distinguo, e sul martellante indottrinamento all’odio e alla violenza promossi da mass-media e scuole dell’Autorità Palestinese.

Defense for Children International-Palestine (DCI-P) è un’organizzazione non governativa palestinese che, secondo “ONG Monitor”, ha stretti legami con il Fronte Popolare per la Liberazione della Palestina (Fplp), un gruppo designato come terroristico da Israele, Stati Uniti, Unione Europea e Canada. Ciononostante essa gode di significativi finanziamenti da parte di governi europei. Un’analisi fattuale e giuridica delle affermazioni su cui si basa la campagna di DCI-P è consultabile in questo rapporto (in inglese).

(Da: PMW Bulletin, israele.net, 9.11.17)

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