Mettere fine al copione autodistruttivo palestinese

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Costruire una società palestinese che consideri aberrante tagliare la gola della gente, come avviene in ogni società occidentale, non è una posizione “filo-israeliana”

Di Lars Adaktusson

Il parlamentare europeo Lars Adaktusson, autore di questo articolo

Al Parlamento Europeo non si può pronunciare il nome di Israele senza che venga immediatamente seguito dalle parole “insediamenti” e “occupazione”.L’ossessione dell’Unione Europea per le attività edilizie negli insediamenti ebraici in Cisgiordania è stata la molla principale dietro a tutte le recenti iniziative capeggiate dal Servizio Europeo per l’Azione Esterna (EEAS), a partire dagli Orientamenti UE del dicembre 2013 in materia di organismi israeliani che hanno sede al di fuori della “linea verde” fino alle disposizioni sull’etichettatura nella UE di prodotti provenienti dagli insediamenti ebraici e altre misure analoghe. Ed è anche verosimilmente il motivo principale per cui alcuni dei miei colleghi che siedono nel Parlamento Europeo chiedono la sospensione dell’Accordo di Associazione con Israele.

In Europa gli insediamenti ebraici di Cisgiordania vengono visti come l’ostacolo principale alla ripresa dei colloqui di pace. Certo, la costruzione di nuove abitazioni negli insediamenti ha un effetto controproducente quando si tratta di misure per creare fiducia fra le parti, e personalmente sono il primo a sottolineare la necessità di rispettare il diritto internazionale. Tuttavia, la natura complessa degli insediamenti e la differenza che passa fra gli avamposti e le attività edilizie nelle zone che fanno parte dello scambio di terre su cui c’è già sostanziale accordo, sono sfumature che dovrebbero essere tenute in considerazione se si decide di trattarli come una delle questioni fondamentali del conflitto.

L'ex “ministro” degli interni di Hamas, Fathi Hammad, lo scorso 19 ottobre alla tv Al-Aqsa (Gaza): “Affondare i coltelli nel petto e nel ventre dei nemici". Clicca l’immagine per vedere il video con sottotitoli inglese

La riunione del Quartetto Usa, UE, Russia e Onu a Vienna lo scorso venerdì e la visita del presidente dell’Autorità Palestinese Mahmoud Abbas (Abu Mazen) lunedì a Bruxelles potrebbero produrre una serie di dichiarazioni sulle misure che devono essere adottate da entrambe le parti per allentare le tensioni. Non ci aspettiamo, però, che queste dichiarazioni affrontino di petto una questione chiave e cruciale del conflitto, quella dell’istigazione palestinese.

Gli attacchi dei cosiddetti “lupi solitari” contro cittadini israeliani a cui abbiamo assistito nelle ultime settimane non solo hanno instillato una profonda sfiducia verso gli arabi israeliani e i residenti arabi di Gerusalemme est, ma hanno anche fatto arretrare le prospettive del processo di pace. Questi attacchi sono sintomatici di un malattia della società palestinese che i protagonisti internazionali, e l’Europa in particolare, cercano di eludere da diversi decenni: i discorsi di istigazione all’odio e di incitamento alla violenza.

E’ chiaro che questo fenomeno non è quantificabile e tracciabile come le attività edilizie negli insediamenti ebraici o i posti di blocco delle Forze di difesa israeliane. E poi, certo, è un fenomeno che necessita di un approccio orientato a una politica a lungo termine al quale i governi europei hanno dimostrato finora di non ambire granché, in particolare in materia di affari esteri. Nondimeno, i discorsi di incitamento all’odio e istigazione al terrorismo sono al centro del conflitto tanto quanto lo è la spartizione della terra.

Predicatore palestinese di Al-Aqsa lo scorso 24 ottobre ad un raduno alla moschea al-Aqsa: “Oh Allah, annienta gli ebrei”. Clicca l’immagine per vedere il video con sottotitoli inglese

E’ da alcune settimane che il governo israeliano risponde alle preoccupazioni palestinesi: ribadendo che non persegue alcun cambiamento dello status quo alla moschea di al-Aqsa e chiedendo un riavvio del processo di pace pur nel mezzo di attacchi sugli autobus, uccisioni per investimenti con le auto, accoltellamenti e lanci di pietre e molotov. Non si tratta di politica d’immagine quanto di mostrare che, in quanto governo, il primo dovere è quello di proteggere la vita e il benessere di tutti i cittadini.

Abu Mazen, invece, viene da una scuola di pensiero opposta. Continua a tacere quando si tratta di condannare il ricorso dei suoi all’estremismo islamico, e fa appello all’Unesco perché stabilisca che il Muro Occidentale (“del pianto”) è parte del complesso islamico della moschea di al-Aqsa. E questo dovrebbe contribuire a calmare la situazione? La retorica di Abu Mazen ci ricorda qualcosa che inizia a diventare famigliare anche in Europa: l’ascesa della politica populista divisiva.

Come per tutti i politici, me compreso, la retorica cerca di assecondare ciò che la gente si aspetta o reclama da noi. Allora facciamo questo esercizio mentale: non ascoltiamo per un momento i commentatori televisivi e guardiamo semplicemente le immagini che abbiamo davanti agli occhi. Perché i leader palestinesi ricorrono sempre e costantemente a un linguaggio aggressivo e violento?

29 ottobre, la pagina ufficiale su Facebook di Fatah, il movimento che fa capo ad Abu Mazen, pubblica la copertina di libro antisemita per bambini dalla Germania 1936. Clicca l’immagine per la segnalazione in inglese di Palestinian Media Watch

L’Unione Europea dovrebbe smetterla di aggirare questo problema continuando a elargire grandi finanziamenti all’Autorità Palestinese nella speranza che i palestinesi sappiano come trattare gli elementi estremisti della loro società. Dobbiamo essere assertivi. Dobbiamo sostenere e favorire le attività e i progetti che promuovono il rispetto dei valori umani nella società palestinese, assicurando nel contempo l’ascesa di una nuova classe politica in Cisgiordania che metta fine al copione autodistruttivo dell’Autorità Palestinese. Gli elementi estremisti stanno guadagnando sempre più terreno fra gli arabi israeliani, in Cisgiordania e nella striscia di Gaza. Abbiamo visto tutti i video diffusi dallo “Stato Islamico” (ISIS) che esortano a “trasformare gli ebrei in corpi putrefatti”, mentre Hamas dichiara di voler realizzare attentati suicidi con le sue cellule di Hebron e Nablus.

Infine, è evidente che l’Europa non dovrebbe lasciarsi trascinare nel gioco dell’attribuzione di colpe. Ma i leader europei devono chiamare le cose con il loro nome e smetterla con l’eterno bilancino del politicamente corretto. Mentre siamo impegnati, con i fondi e le competenze, a favorire la costruzione di uno Stato, dovremmo vincolare tutti i fondi dell’Unione Europea destinati ai territori a una reale rinuncia da parte palestinese ad ogni forma di istigazione all’odio e alla violenza. Costruire una società palestinese che consideri aberrante tagliare la gola della gente, come avviene in ogni società occidentale, non è una posizione “filo-israeliana”. Rientra piuttosto in una categoria spesso dimenticata: quella delle cose giuste da fare.

I nostri opinionisti e aspiranti mediatori dovrebbero fare proprio questo: concentrarsi a mente fredda sulle questioni che possono fare davvero la differenza, come la riconciliazione palestinese e le misure che rafforzino una società civile pronta a vivere in pace con gli altri fianco a fianco. Fino a quando non lo si farà, temo che continuerà a prevalere il copione dell’Autorità Palestinese.

(Da: YnetNews, 28.10.15)

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