L’insostenibile leggerezza dell’opinione pubblica palestinese

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Cosa può spingere un nipote palestinese di 19 anni a pugnalare alla schiena una nonna ebrea di 80 anni?

Editoriale del Jerusalem Post

Come è possibile che così tanti giovani palestinesi si svegliano al mattino, afferrano un coltellaccio dalla cucina di famiglia e vanno per strada ad aggredire degli ebrei, un gesto che il più delle volte procura loro la morte? 

Cosa può spingere un nipote palestinese di 19 anni a pugnalare alla schiena una nonna ebrea di 80 anni?

Questi terroristi adolescenti vengono spesso descritti come “lupi solitari”, perché la loro violenza appare spontanea e priva dell’organizzazione che era tipica degli attacchi terroristici passati, come gli attentati esplosivi suicidi.

Ma questa classificazione non coglie l’ampio sostegno di cui gli attentatori godono nella società palestinese, senza contare la loro ferma convinzione che saranno premiati per le loro azioni in cielo, e anche in terra con strade, piazze e campi sportivi intestati a loro nome in onore del loro “sacro martirio”.

Daniel Polisar, studioso di scienze politiche presso lo Shalem College di Gerusalemme, ha scritto un saggio illuminante intitolato “Che cosa vogliono i palestinesi?”

nel numero del 2 novembre della rivista Mosaic.

Polisar presenta i risultati di numerosi sondaggi d’opinione condotti tra i palestinesi su “che cosa pensa il palestinese della strada a proposito di Israele, ebrei e attacchi terroristici contro i civili”.

La maggior parte del terrorismo attualmente in corso ruota attorno alla generale convinzione palestinese che gli ebrei mettano in pericolo la moschea di al-Aqsa a Gerusalemme.

Al secondo posto figura l’accusa a Israele di perpetrare esecuzioni sommarie di bambini palestinesi.

La prima delle due calunnie viene comunemente fatta risalire al famigerato gran mufti di Gerusalemme, Amin al-Husseini, che la utilizzò per scatenare il massacro degli ebrei di Hebron nel 1929.

E’ poi diventata un tema ricorrente della violenza palestinese, costantemente ripetuta, buon ultimo anche dal presidente dell’Autorità Palestinese Mahmoud Abbas (Abu Mazen).

I palestinesi non credono alle continue smentite di Israele, che afferma di non voler affatto cambiare lo status quo al Monte del Tempio, e ignorano totalmente l’evidenza innegabile delle aggressioni palestinesi contro i visitatori non-musulmani alla spianata del Monte del Tempio con pietre e bombe incendiarie immagazzinate dentro la stessa moschea di al-Aqsa.

La definizione di "lupi solitari" non coglie l'ampio sostegno di cui gli attentatori godono nella società palestinese

Il Palestinian Center for Policy and Survey Research, guidato da Khalil Shikaki, conduce da decenni regolari rilevazioni sull’atteggiamento della popolazione palestinesi. Un tema costantemente documentato nel corso degli anni è una visione delle cose che la maggior parte degli israeliani troverebbe quantomeno sconcertante.

Ad esempio, un sondaggio del Palestinian Center pubblicato dopo il cessate il fuoco con Hamas dell’agosto 2014 rilevava che ben il 79% dei palestinesi crede che Hamas abbia vinto quella guerra, contro solo il 3% che considera vincitore Israele.

Dallo stesso sondaggio risulta che il 54% dei palestinesi ha plaudito al rapimento e assassinio nel 2014 di tre studenti di yeshiva israeliani per mano di Hamas.

Polisar ha preso in esame più di 330 indagini svolte da quattro grandi istituti di ricerca palestinesi indipendenti componendo fra loro i risultati per capire cosa pensano i palestinesi di Israele e degli ebrei, del sionismo e di che senso abbia compiere attentati terroristici.

Per quanto riguarda le guerre a Gaza, una grande maggioranza dei palestinesi si dice del tutto convinta che Israele prende deliberatamente di mira i civili e che, per contro, Hamas non porta nessuna colpa per il fatto di posizionare i suoi capi, i suoi combattenti e le sue armi nel cuore delle aree residenziali, facendosi scudo della popolazione civile.

Circa gli obiettivi di Israele, una media del 59% dei palestinesi pensa che Israele voglia “estendere i suoi confini fino a coprire tutta l’area tra il fiume Giordano e il Mar Mediterraneo, ed espellere i suoi cittadini arabi”.

Una maggioranza del 51% dei palestinesi ritiene che Israele distruggerà la moschea di al-Aqsa e il santuario della Cupola della Roccia per sostituirli con una sinagoga.

“I palestinesi descrivono gli israeliani come bellicosi e disonesti ma scaltri e forti, e additano l’ebraismo come la più violenta di tutte le religioni”.

Il Palestinian Center for Public Opinion ha chiesto agli abitanti della Cisgiordania e della striscia di Gaza: “Pensi che gli ebrei abbiano qualche diritto su questo paese, accanto al dritto dei palestinesi?”.

Solo il 12% è d’accordo che “sia gli ebrei che i palestinesi hanno diritti su questo paese”, mentre più del 80% ha affermato che “questa è terra palestinese e gli ebrei non hanno alcun diritto su di essa”.

In un sondaggio condotto nel 2001 dal Palestinian Center for Policy and Survey Research, il 98% dei palestinesi disse che l’uccisione nel 1994 di 29 palestinesi a Hebron per mano dell’estremista Baruch Goldstein era stato un atto di terrorismo, ma solo il 15% era disposto a definire terrorismo l’attentato suicida che uccise 21 israeliani alla discoteca Dolphinarium di Tel Aviv nel 2001.

Il dato medio risultante da sei sondaggi del Pew Research Center condotti negli ultimi dieci anni è che il 59% dei palestinesi considera “giustificati” gli attentati suicidi.

Da altre ricerche risulta che il 61% dei palestinesi ritiene moralmente “giusto” che “delle strade vengano intitolate al nome di attentatori suicidi palestinesi come Dalal al-Maghrabi, che uccise numerosi civili israeliani all’interno di Israele”.

Circa l’efficacia della violenza, un sondaggio condotto nel 2005 dal Palestinian Center for Policy and Survey Research ha rilevato che “il piano di Sharon per lo sgombero di tutti gli insediamenti israeliani dalla striscia di Gaza viene visto come una vittoria della lotta armata palestinese contro Israele”. Quando considerano le campagne violente, sia della seconda intifada che delle tre guerre di Hamas a Gaza, i palestinesi le vedono come vittorie, e tendono a ritenere che la lotta armata avrà successo anche in futuro.

Difficile rispondere alla domanda: che fare?

E’ improbabile, scrive Polisar, che un mutamento dei comportamenti israeliani possa contribuire a smorzare la situazione.

Mezzo secolo di moderazione israeliana nella gestione del Monte del Tempio, ad esempio, non è bastato per convincere i palestinesi che non esiste alcun piano per distruggere le moschee e sostituirle con un “Terzo Tempio”.

Gli atteggiamenti palestinesi verso Israele sono plasmati da un consolidato complesso di miti e credenze religiose e nazionalistiche che, fra l’altro, stanno alla base della motivazione per gli attacchi terroristici, ma che sono aizzate verso la violenza dalle ricorrenti campagne di istigazione.

Fino a quando la dirigenza palestinese non vedrà l’autentico vantaggio della coesistenza con Israele e non prenderà una ferma e coerente posizione contro la violenza, la violenza sarà destinata a continuare.

(Da: Jerusalem Post, 5.11.15)

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