Il modello della violenza islamista? Terrorismo palestinese più appeasement occidentale

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Ma la maggior parte degli esperti e degli opinionisti è troppo politicamente corretta per ammetterlo, e troppo occupata a boicottare lo stato democratico di Israele

Di Gil Troy

Gil Troy, autore di questo articolo

La settimana scorsa le vedove di due atleti israeliani uccisi nell’attentato palestinese alle Olimpiadi di Monaco del 1972 hanno rivelato le torture e le raccapriccianti violenze che subirono, durante le 20 ore in cui restarono nelle mani dei terroristi dell’Olp, gli ostaggi israeliani sopravvissuti all’assalto iniziale. Questi atroci dettagli, inseriti tra la strage di Parigi e il bagno di sangue di San Bernardino mentre perdura l’ondata di violenze palestinesi contro cittadini innocenti, hanno corroborato un dato di fatto che i negazionisti del terrorismo e gli apologeti dei palestinesi preferiscono non vedere: la tolleranza esercitata dal mondo nei confronti del terrorismo palestinese sin dagli anni ’70 è ciò che ha fatto di quel terrorismo l’apripista pionieristico che ha indicato la strada al terrorismo islamista. Come ha argutamente osservato un amico, “il giubbotto esplosivo da terrorista suicida trovato in un bidone dell’immondizia a Parigi avrebbe potuto avere cucita addosso l’etichetta ‘made in Palestina’: una denominazione d’origine che, scommetto, non è sanzionata dalle norme dell’Unione Europea”.

Oggi la maggior parte degli esperti e degli opinionisti è troppo politicamente corretta per ammetterlo, e troppo occupata a boicottare lo stato democratico di Israele. Ma quando gli storici del futuro collegheranno tutti i punti del quadro per spiegare le origini di al-Qaeda, dello “Stato Islamico” (ISIS) e della piaga odierna del terrorismo islamista, lo schema apparirà in tutta la sua evidenza. Yasser Arafat è stato il precursore di Osama bin Laden e di tutti i terroristi moderni. E la condiscendenza occidentale verso il terrorismo palestinese, vilmente esibita a Monaco, ha dimostrato che lo slogan “il terrorismo non paga” è pura farneticazione: in realtà il terrorismo funziona grazie alla arrendevolezza dell’Occidente. La violenza terroristica impose i palestinesi all’attenzione internazionale, facendoli diventare le vittime per eccellenza agli occhi di tanti terzomondisti totalitari che oggi ne ingigantiscono i patimenti, la debolezza e la centralità.

imageMonaco 1972. L’interno della palazzina dell’orrore
Monaco, settembre 1972. Interno della palazzina dove terroristi palestinesi tennero in ostaggio e torturarono gli atleti israeliani

Nel settembre 1972 l’allora presidente del Comitato Olimpico Internazionale, Avery Brundage, divenne il simbolo della gemebonda condiscendenza occidentale. Più preoccupato dei suoi giochi che degli atleti tenuti in ostaggio, permise che le Olimpiadi continuassero per dieci ore mentre i palestinesi torturavano gli israeliani nella palazzina del villaggio olimpico. Quando poi i terroristi uccisero gli ostaggi e un agente durante il raffazzonato blitz della polizia tedesca, Brundage insistette perché i giochi continuassero dopo una breve pausa di 24 ore. Un editorialista del Los Angeles Times scrisse: “E’ quasi come tenere una festa da ballo a Dachau”. Nelle Olimpiadi, da allora fino ad oggi, il Comitato Olimpico non ha mai commemorato con un momento di silenzio gli atleti israeliani torturati e assassinati a Monaco, dicendo di non voler “politicizzare” i giochi, cioè di non voler suscitare le ire di arabi e musulmani.

Appena due mesi dopo questa débâcle, la Germania Ovest utilizzava lo stratagemma di un dubbio dirottamento aereo per rimettere in libertà i tre terroristi superstiti. In cambio, l’Olp prometteva di non attaccare la Germania. Nel 1999 il terrorista Jamal al-Gashey si vantava: “Sono fiero di quello che ho fatto a Monaco, perché Monaco ha aiutato enormemente la causa palestinese. Prima di Monaco il mondo non aveva idea della nostra lotta, ma da quel giorno il nome della Palestina è riecheggiato in tutto il mondo”. Nel settembre 1970 i terroristi palestinesi avevano dirottato e distrutto degli aerei in Giordania (e la reazione di re Hussein era stata assai diversa da quella dell’Occidente), ma è a Monaco che i terroristi palestinesi ebbero il loro vero debutto internazionale.

Sei mesi dopo Monaco, il primo marzo 1973 l’America sotto quello che doveva essere il duro presidente repubblicano Richard Nixon cedette, nonostante la perdita di due diplomatici in un raid palestinese contro l’ambasciata saudita a Khartoum. Su dieci diplomatici presi in ostaggio, i due americani Cleo Noel e George Curtis Moore e il belga Guy Eid furono gli unici ad essere uccisi dopo che Yasser Arafat aveva inviato ai terroristi un messaggio radio in cui diceva “Perché state aspettando? Il sangue del popolo nel fiume freddo grida vendetta”: la frase in codice che significava “uccideteli”. Ben presto i sudanesi liberarono tutti gli otto terroristi, e gli americani non diedero mai la caccia a quegli assassini.

Meno di due anni dopo, nel novembre 1974, Arafat veniva invitato a parlare dal podio dell’Assemblea Generale delle Nazioni Unite. Due decenni più tardi questo assassino impenitente di cittadini innocenti vinceva il Nobel per la pace, diventava l’ospite straniero più frequente nella Casa Bianca di Bill Clinton e portava il suo popolo a un passo da un trattato di pace e dall’indipendenza solo per ricondurlo subito al terrorismo, alla delegittimazione di Israele, agli slogan per l’annientamento dello stato ebraico.
Itamar, marzo 2011. Interno di casa Fogel dove terroristi palestinesi massacrarono la famiglia Fogel: padre, madre e tre bambini

I palestinesi hanno fatto un ottimo affare prendendo di mira Israele, specialmente negli anni ‘70. Praticare il terrorismo contro lo stato ebraico ha innescato decenni di accuse contro le vittime di quel terrorismo e di giustificazioni per i colpevoli. L’ostilità antisemita che tanti occidentali nutrono nei confronti di Israele, l’ebreo fra gli stati, rafforzò il diffondersi della cultura post-anni ‘60 della colpa occidentale, dell’abiura, della condiscendenza e della legittimazione verso qualunque nemico violento a patto che si potesse dipingere come gente del terzo mondo. Il democratico Israele, costretto a difendersi, venne dipinto come una potenza imperiale e non uno stato assediato, mentre i terroristi palestinesi vennero rappresentati come combattenti per la libertà e non come assassini invasati.

Anziché considerare quanto siano pochi i popoli, molto più sofferenti dei palestinesi, che si danno al terrorismo; anziché domandarsi come mai i palestinesi prendono di mira sistematicamente donne, bambini e anziani innocenti, i portabandiera del “dare sempre la colpa a Israele” ribaltavano la colpa sulla vittima: Israele deve essere reo di chissà quale atroce oppressione per tirarsi addosso un odio tanto spietato, sostenevano i campioni del politicamente corretto invece di analizzare il culto della morte palestinese che alimentava antisemitismo e fondamentalismo islamico.

Il successo di Arafat e la zoppicante risposta dell’Occidente hanno contribuito a militarizzare ed armare l’ideologia islamista intollerante, fanatica e trionfalista che ha ispirato al-Qaeda, l’ISIS e simili. Se fossi un musulmano palestinese mi vergognerei. Finora il maggiore contributo palestinese alla storia della civiltà è stato il terrorismo. Possibile che non vogliano essere conosciuti per qualche contributo più costruttivo? La verità è che senza una severa critica interna fra i palestinesi e i musulmani, questo terrorismo continuerà. Il celebre aforisma di Golda Meir va aggiornato. Sì, affinché venga la pace è necessario che i palestinesi amino i loro figli più di quanto odiano i nostri. Ma deve anche accadere che siano sgomenti all’idea di essere considerati i grandi iniziatori e promotori del terrorismo islamista.

(Da: Jerusalem Post, 9.12.15)

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