Il genocidio dei cristiani in Siria e Iraq

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Cristiani iracheni in fuga dall'ISIS

Il genocidio dei cristiani in Siria e Iraq
Anche quest’anno, intorno a Natale, i mass-media si riempiranno di reportage sulla condizione dei cristiani in Israele?

imageCristiane assire profughe dalla Siria assistono alla messa con cristiane libanesi a Jdeideh (periferia est di Beirut)

A quanto risulta, il Dipartimento di stato americano intende designare come genocidio gli attacchi perpetrati dallo “Stato Islamico” (ISIS) contro gli yazidi.

Per quanto sia lodevole tale gesto diplomatico, la domanda che resta senza risposta è: se vale per gli yazidi, perché non per i cristiani?

Una delle definizioni di genocidio contenute nella Convenzione sul genocidio del 1948 è “infliggere deliberatamente” a un gruppo religioso “condizioni di vita intese a provocare la sua distruzione fisica, totale o parziale”.

Dal momento che l’ISIS continua a cacciare i cristiani dalle loro case, impadronendosi delle loro proprietà e mettendoli di fronte alla “scelta” fra conversione all’islam o essere trucidati, si deve concludere che tutto questo configura una genocidio.

Per citare solo un episodio riportato nella National Review lo scorso ottobre, i terroristi jihadisti dell’ISIS hanno chiesto di convertirsi all’islam a due donne e sei uomini cristiani in un villaggio conquistato.

Al loro rifiuto, le donne sono state stuprate in pubblico e poi decapitate insieme agli uomini.

Gli islamisti hanno poi tagliato le dita di un ragazzo di 12 anni per convincere il padre cristiano a convertirsi.

Al suo rifiuto, lui e il figlio sono stati torturati e poi crocifissi.

Tale è la sorte dei cristiani che vivono nelle zone occupati dall’ISIS in Siria e Iraq.

Durante il suo viaggio Bolivia nel mese di luglio, Papa Francesco ha parlato di “genocidio”.

L’ISIS mira a diffondere il terrore dei suoi comportamenti postando sui social-network i video di decapitazioni e crocifissioni, ma questi orrori sono diventati così comuni che vengono a malapena registrati nella coscienza pubblica.

C’è un’altra pratica genocida dell’ISIS, altrettanto sinistra, che risulta gravemente sotto-rappresentata: la riduzione in schiavitù di chi non rinuncia al proprio credo religioso.

Come riferisce l’Hudson Institute, “il ‘revival’ dell’istituzione della schiavitù ad opera dell’ISIS – la schiavitù sessuale di donne e ragazzine cristiane e yazide – è svanito dall’attenzione del pubblico.

Negli ultimi dieci anni, migliaia di cristiani iracheni e siriani – tra cui, nel 2013, un intero convento di suore ortodosse siriane – sono stati presi in ostaggio a scopo di riscatto”.

Lo scorso agosto, poco dopo aver proclamato il suo califfato, l’ISIS ha iniziato ad assegnare e vendere come schiave sessuali le donne e le ragazzine non-sunnite catturate.

La grande maggioranza erano yazide ma molte, secondo i rapporti delle Nazioni Unite, erano cristiane.

A luglio il New York Times ha pubblicato un articolo intitolato “E’ la fine del cristianesimo in Medio Oriente?”, in cui sottolineava come alcune delle più antiche comunità cristiane del mondo stiano scomparendo dalle terre stesse in cui sono nate.

A seguito di numerose segnalazioni, i leader cristiani hanno esortato il Dipartimento di stato americano a riconoscere la realtà di un genocidio in corso contro i cristiani del Medio Oriente per mano degli assassini jihadisti.

Per quanto riguarda i cristiani stanno ancora aspettando una risposta, mentre Washington sembra intenzionata a qualificare come genocidio la feroce aggressione dello “Stato Islamico” contro l’inerme comunità degli yazidi. Una teoria su questa riluttanza dell’amministrazione Obama di chiamare il genocidio con il suo nome la collega alla convinzione che i cristiani, a differenza degli yazidi, possano sottrarsi al genocidio accettando lo status di dhimmi, la condizione di sottomissione riservata a cristiani ed ebrei autorizzati a risiedere nell’autoproclamato califfato dello Stato Islamico a patto di accettare il totale asservimento e di pagare una tassa speciale conosciuta come jizya.

Ma l’argomento della jizya non tiene perché si tratta sostanzialmente di un imbroglio: l’imposta viene spesso fissata a un livello che molti cristiani non possono pagare, e così per sopravvivere sono costretti a fuggire, se ci riescono.

L’ISIS non può essere accusato – per il momento – di annientare fisicamente i cristiani del Medio Oriente, ma di certo sta facendo tutto il possibile per distruggere la loro cultura religiosa.

Gli esperti hanno avvertito che entro una o due generazioni il cristianesimo scomparirà del tutto da Iraq e Siria, i luoghi in cui i cristiani hanno vissuto sin dagli esordi della loro religione.

Una pratica micidiale impiegata dallo “Stato Islamico” per accelerare questo processo è la schiavitù sessuale. Secondo l’Hudson Institute, ci sono già 4.000 yazidi e cristiani schiavizzati.

Lo scorso ottobre, l’ISIS ha pubblicato i criteri per stabilire il prezzo degli schiavi in base all’età, a partire da “200.000 dinari per una donna cristiana/yazidi di età compresa tra 1 e 9 anni”, fino a “75.000 dinari per una donna cristiana/yazidi di età compresa tra 30 e 40”. Le istruzioni dell’ISIS fissano a 172 dollari il prezzo di una cristiana o una yazidi di nove anni.

Il rapporto 2015 del Dipartimento di stato sul traffico sessuale dedica appena due paragrafi su 380 pagine all’istituzionalizzazione della schiavitù sessuale ad opera dello “Stato Islamico”.

Se l’amministrazione Obama è così miope di fronte alla schiavitù umana, non c’è da meravigliarsi che abbia difficoltà a identificare il genocidio.

(Da: Jerusalem Post, 13.12.15)

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