USA – Delaware : paradiso fiscale mondiale … ma non ditelo

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Il Delaware è un piccolo ma prosperoso Stato degli Stati Uniti d’America ed è il collegio elettorale del Vice Presidente Joe Biden.

Ha poco meno di 900.000 abitanti ma ospita ben 650.000 società tra cui il 50% di quelle quotate alla Borsa di New York.

In un solo indirizzo della sua capitale Dover, e cioè al numero 1209 della North Orange Street, hanno sede 6500 ditte.

Forse staranno strette ma sicuramente i loro titolari, la maggior parte dei quali non si conosce il nome, sono ciononostante felici.

E’ inutile domandarsi come mai un territorio così piccolo ospiti così tante aziende: il segreto bancario assoluto, la mancanza di dettagli sui Trust, la segretezza di conti e di beneficiari sono motivi più che sufficienti.

Se chi legge ora volesse evadere un fisco giudicato troppo vorace, qualunque sia il Paese dove risiede la sua attività, non c’è nemmeno bisogno che ci vada personalmente.: gli basterebbe aprire internet, fornire pochissime informazioni e la nuova sede con relativo conto bancario diventerà immediatamente operativa.
Se ancora non si fosse abbastanza sicuri, sarà sufficiente far transitare l’operazione da un qualunque altro Paese ove i Trust sono totalmente “protetti” e, per confondere ancora di più i “persecutori” fiscali, si potrebbe ulteriormente de-localizzarsi all’interno del Delaware stesso.

Non a tutti però potrebbe piacere quel piccolo Stato della costa est e allora esistono le alternative: il Nevada, il Wyoming o perfino il South Dakota.

Così ha fatto, ad esempio, la Cisa Trust Co. SA di Ginevra.

Poiché la Svizzera ha dovuto accettare (forse) le regole sulla trasparenza imposte dagli Usa e dagli Stati europei, la Cisa ha deciso di trasferirsi con tutta la clientela (principalmente ricchi sud americani) a Pierre nel South Dakota.

Sempre nello stesso Stato, ma a Sioux Falls, dal dicembre 2015 ha preso sede la Trident Trust Company, in precedenza locata in Svizzera e alle Isole Cayman.

La fuga dalla Svizzera e da altri paradisi fiscali si spiega anche con la multa di 5 miliardi di dollari che gli Stati Uniti hanno inflitto nel 2007 a ottanta banche svizzere, ree di aver ospitato conti segreti di cittadini americani.

Davanti ai numerosi scandali tributari, tra cui l’ultimo ha coinvolto Panama, l’OCSE ha sviluppato un documento contro la segretezza bancaria che è stato sottoscritto da più di cento Paesi nel mondo.

Purtroppo, tra coloro che han rifiutato di aderirvi troviamo Vanuatu, Nauru, Bahrain e, guarda un po’, gli Stati Uniti.

Una legge approvata dal Congresso americano nel 2010 impone a tutte le società finanziarie mondiali di rivelare i conti di cittadini americani ma non ha previsto di fare la stessa cosa con gli stranieri che depositano i loro soldi negli Stati Uniti.

Anche se ufficialmente le società USA non possono aiutare soggetti stranieri a evadere il loro fisco, è sufficiente per superare l’ostacolo una qualunque auto dichiarazione dei soggetti interessati che dichiarino la liceità dei loro guadagni e la correttezza con il fisco del loro proprio Paese. Tutto ciò sempre che non si tratti di cittadini americani.

Una giornalista svizzera, Myrette Zaki, nel suo libro “Il segreto bancario è morto, viva l’evasione fiscale” ha scritto:

“E’ evidente che solo gli Stati potenti si danno il diritto di recuperare, con gli strumenti che ritengono più opportuni, le ricette fiscali che loro scappano.

Prosperano così grazie all’evasione fiscale altrui e offrono il loro territorio ai transfughi di altri Paesi”.

Se qualcuno ha dei dubbi su quale sia lo Stato cui si riferisce, basta sentire l’opinione del finanziere Andrew  Penney, della Rothschild & Co. (70.000 clienti appena trasferiti dalla Svizzera a Reno nel Nevada):

“…Gli Stati Uniti sono effettivamente il più grande paradiso fiscale al mondo…”.

Un suo collega della Boston Global Capital ha aggiunto: “Non aver firmato (il Disclosure Standards dell’OCSE, N.d.A.) ha dimostrato essere un grande aiuto per la crescita del nostro business”.

Anche l’organizzazione internazionale indipendente Tax Justice Network ha affermato che nel 2015 gli USA hanno superato Singapore, le isole Cayman e il Lussemburgo come paradiso per i superricchi, passando dal sesto al terzo posto nella classifica mondiale dei “rifugi sicuri”.

Occorre però ammettere che la gran Bretagna, profondamente concentrata in questi giorni a decidere se degnarsi di restare in Europa oppure no, qualora si mettessero sul suo conto i piccoli paradisi del Canale a lei strettamente collegati, sarebbe la guida di questa poco onorevole classifica.

Se, a questo punto, qualcuno dei lettori sentisse dentro di sé un qualche barlume d’indignazione, cerchi piuttosto di essere un po’ comprensivo.

Considerato l’enorme indebitamento privato dei cittadini americani, una bilancia commerciale in deficit perenne e una stampa generosa di dollari, come potrebbero gli USA mantenere la loro fantastica economia senza le grandi entrate di capitali stranieri, qualunque ne sia la provenienza? D’altronde, pecunia non olet, purché non sia la propria a voler fuggire…

Nota di colore per cittadini italiani: i nostri governi nel 1999 e nel 2015 hanno, comprensibilmente, stilato una lista di Paesi da considerare fiscalmente all’indice. Forse per distrazione, entrambe le volte si sono dimenticati di inserirvi gli Stati Uniti.

Tuttavia, anche in questo caso occorre essere comprensivi: sono pur sempre i nostri migliori alleati.

fonte : sputnik

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