Non una sommossa contro l’occupazione, ma una sommossa contro Israele

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Il messaggio scritto a sanguinosi caratteri cubitali è: non vogliamo vivere accanto a voi, vogliamo uccidervi

Di David Horovitz

David Horovitz, autore di questo articolo

Dicono che questo non è un terrorismo “orchestrato” e “organizzato”, e invece lo è.

In un certo senso è più ampiamente “orchestrato” degli attentati suicidi della seconda intifada.

All’inizio degli anni Duemila i terroristi di Hamas e Fatah addestravano, armavano e infiltravano in Israele attentatori suicidi per colpire i nostri autobus, i centri commerciali, i ristoranti uccidendo 10, 20 o 30 persone per volta. Il nostro Ministero della difesa ci assicura che oggi in Cisgiordania non esiste più una “infrastruttura” terroristica in grado di replicare quelle ondate di attentati esplosivi.

Speriamo che sia vero. Ma quello che abbiamo di fronte oggi è un numero imprecisato di potenziali aggressori, spronati al fervore omicida da una campagna ben orchestrata di odio contro di noi.

Il messaggio secondo cui “gli ebrei stanno complottando contro la moschea di Al-Aqsa” viene diffuso e inculcato da mesi dai capi politici palestinesi, dai leader spirituali, da tutti i principali mass-media e social network, dallo stesso presidente dell’Autorità Palestinese Mahmoud Abbas (Abu Mazen) nei discorsi al suo popolo (dove ha perso infine ogni terreno comune con Israele quando la scorsa settimana ha ripetuto la calunnia che Israele aveva “giustiziato” per la strada l’accoltellatore adolescente di Pisgat Zeev), dai volantini e messaggi Facebook di Fatah, dai video di Hamas, dalle esagitate manifestazioni all’interno di Israele del Movimento Islamico israeliano, dai parlamentari arabo-israeliani della Knesset: tutti costoro, e altri, hanno continuato a gettare benzina sul fuoco.

Come undici o quindi anni fa, il risultato è che ci aspettiamo ogni giorno un attentato. Per il momento sono generalmente costretti a ricorrere a metodi meno devastanti di allora. Ma, potenzialmente, sono molti di più.

E sono qui in mezzo a noi, non dall’altro lato di quella barriera che costruimmo appunto per fermare gli attentatori esplosivi della seconda intifada.

Sono uomini, donne e persino ragazzi poco più che bambini.

Il lavaggio del cervello è stato così efficace che vengono da noi pronti e disposti a morire nell’atto di uccidere l’Ebreo: l’ebreo maligno che sono stati persuasi in modo così efficace a pensare che non abbia alcun diritto di essere qui, che non abbia alcun legame con questo paese e con Gerusalemme.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Si dice che i rapporti tra cittadini ebrei e musulmani in Israele non saranno più gli stessi dopo tutto questo, qualunque cosa si voglia intendere con “dopo tutto questo”.

Ma per quanto questo ottobre sia stato trasformato in un ottobre nero, questa infausta conclusione sembra prematura, almeno al momento in cui scriviamo.

Gli arabi israeliani vennero a malapena coinvolti nella seconda intifada, ed anche il loro coinvolgimento nella attuale febbre terroristica appare relativamente marginale, nonostante gli sforzi fatti da alcuni loro rappresentanti alla Knesset, e non sembra segnalare il crollo di tutti i ponti.

La donna di Nazareth colpita alle gambe mentre brandiva un coltello alla stazione degli autobus di Afula lo scorso 9 ottobre sembra che soffrisse di disturbi mentali.

Il terrorista che ha pugnalato quattro persone vicino a Hadera l’11 ottobre viveva a Umm al-Fahm, ma non era un arabo israeliano: originario della Cisgiordania, si trovava in Israele per matrimonio, grazie alla politica dei ricongiungimenti familiari.

La madre del terrorista beduino che domenica scorsa ha aperto il fuoco nella stazione degli autobus di Beersheba era di Gaza, e i parenti del terrorista insieme a tutta la comunità beduina israeliana si sono precipitati a condannarlo e a dissociarsi dalle sue azioni.

I rapporti in Israele fra la maggioranza ebraica e la minoranza araba sono complessi, per usare un eufemismo.

Gli arabi israeliani sono (nella stragrande maggioranza) non-sionisti e sono (nella stragrande maggioranza) cittadini che rispettano la legge.

Certo, desiderano veder risolto il conflitto fra il loro paese, Israele, e i palestinesi.

Ma il Movimento Islamico e una parte dei parlamentari arabo-israeliani sfruttano quel conflitto per fomentare odio e violenza all’interno di Israele, mentre almeno uno dei loro partiti politici, Hadash, persegue la coesistenza. Il pericolo è che quella dei fomentatori d’odio, che accusano Israele d’essere un paese segregazionista, si traduca in una profezia che si auto-avvera, riuscendo a recidere, con le minacce e la violenza diffusa, i legami e i rapporti quotidiani tra ebrei e musulmani in Israele.

Ci dicono che questa è una nuova sommossa contro l’occupazione.

Non lo è.

E’ una nuova sommossa contro Israele.

La maggior parte degli israeliani non vuole governare sui palestinesi. La maggior parte degli israeliani vuole separarsi dai palestinesi.

Se i palestinesi vogliono uno stato basato grossomodo sui confini del ‘67, devono innanzitutto convincere la maggioranza degli israeliani che la loro indipendenza non minaccerà la nostra esistenza. Si potrebbe pensare che è evidente. Con tutta evidenza non lo è.

Questa nuova fase di terrorismo e violenza, come le guerre convenzionali, l’assalto degli attentatori suicidi, l’implacabile campagna di menzogne e di demonizzazione, la negazione della storia ebraica in terra santa: tutto questo invia agli israeliani esattamente il messaggio opposto.

Gran parte del resto del mondo – così miope da vedere in Israele un Golia, quando invece è una piccola striscia di terra ferocemente odiata, in una regione che ribolle di estremismo islamista – si rifiuta di leggere questo messaggio.

Ma ciò che gli autori di questo nuovo ciclo di odio e violenza proclamano agli israeliani in sanguinosi e inequivocabili caratteri cubitali è: noi non vogliamo vivere accanto a voi, noi vogliamo cacciarvi a uccidervi.

(Da: Times of Israel, 20.10.15)

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