Il capolavoro dei boicottatori d’Israele

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Febbraio 2014: una dipendente palestinese nello stabilimento SodaStream a Mishor Adumim, ora chiuso

Quei geni della campagna BDS hanno fatto perdere il lavoro a 500 palestinesi e cancellato un’autentica esperienza di pace e di progresso


Due anni fa, Times di Israel publicava un servizio sulla fabbrica SodaStream nella zona industriale di Mishor Adumim (poco a est di Gerusalemme, in Cisgiordania), dove l’azienda israeliana di bevande gassate impiegava 1.300 lavoratori: 350 ebrei israeliani, 450 arabi israeliani e 500 arabi palestinesi di Cisgiordania. Direzione e dipendenti confermavano al nostro giornalista che le paghe e i benefit erano identici per tutti i lavoratori, a parità di mansioni, indipendentemente dalla loro cittadinanza e appartenenza etnica. Titolammo quel pezzo: “Alla SodaStream i palestinesi sperano che la loro bolla non scoppi”. Lunedì scorso è scoppiata.

Lunedì scorso, a malincuore, SodaStream ha annunciato che deve licenziare i suoi ultimi 75 lavoratori palestinesi non essendo riuscita a ottenere dalle autorità di sicurezza i necessari permessi per farli venire a lavorare nel nuovo stabilimento di Lehavim, costruito nella località beduina di Rahat (Israele meridionale). Infatti, a causa delle fortissime pressioni esercitate dai gruppi per il boicottaggio anti-Israele, che lanciarono una feroce campagna internazionale contro la SodaStream e la sua testimonial Scarlett Johansson, lo scorso ottobre l’azienda ha dovuto chiudere l’impianto di Mishor Adumim, colpevole di trovarsi alcuni chilometri al di là della Linea Verde (la ex linea armistiziale in vigore tra Israele e Giordania nel periodo 1949-’67): dunque in territorio “occupato”.

Risultato: centinaia di palestinesi che lavoravano in condizioni eque (e certamente migliori di quelle normalmente in vigore sotto l’Autorità Palestinese) per conto di una corretta azienda israeliana, ora sono senza lavoro.

Fino all’ultimo SodaStream ha cercato di convincere le autorità di sicurezza, garantendo che quest’ultimo gruppo di lavoratori palestinesi non poneva rischi per l’incolumità dei cittadini israeliani. Non è bastato. E non c’è da stupirsi troppo, nell’attuale clima di violenza. Sabato scorso, in un centro commerciale di Ma’ale Adumim, a 10 minuti di auto dalla ex stabilimento SodaStream, un giovane palestinese ha brutalmente aggredito a sangue freddo un guardiano non armato, Tzvika Cohen,riducendolo in fin di vita a colpi di accetta. L’aggressore lavorava in quel centro commerciale con un regolare permesso, e conosceva personalmente la sua vittima. (Per la cronaca, l’amministratore delegato di SodaStream, Daniel Birnbaum, ha usato parole molto dure, lunedì, per criticare il mancato rilascio dei permessi da parte delle autorità israeliane.)

I fautori del boicottaggio (la cosiddetta campagna BDS: boicottaggio, disinvestimento, sanzioni) sostengono di agire nell’interesse dei palestinesi. E’ assai improbabile che le centinaia di ex dipendenti palestinesi di SodaStream, ora disoccupati, la vedono allo stesso modo.

Nella fabbrica SodaStream di Mishor Adumim, giorno dopo giorno, senza fare notizia, senza che nessuno se ne accorgesse, venivano infranti stereotipi e si costruiva la convivenza. Ebrei e arabi lavoravano gomito a gomito, con uguali contratti, e potevano mantenere le rispettive famiglie in modo onesto e dignitoso. Quella fabbrica incarnava la promessa di un futuro migliore per entrambe le parti. Chissà quante altre imprese avrebbe potuto ispirare: evidentemente un esempio intollerabile.

I boicottatori, in sinergia coi terroristi, sono riusciti a fare a pezzi quella realtà e quella promessa. Da lunedì, a differenza dei dipendenti israeliani (arabi ed ebrei), i dipendenti arabi palestinesi sono senza lavoro. Che sfida sarà ora, per loro, sfamare le famiglie e mantenere i loro figli al sicuro, evitando che soccombano alle sirene dell’odio e della violenza.

Gran bel capolavoro davvero, cari boicottatori! Una grande vittoria per la Palestina! Un grande passo avanti verso… Mah! dite voi che che cosa…

(Da: Times of Israel, israele.net, 29.3.16)

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