domenica, Luglio 25, 2021
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ONU e crisi in Medio Oriente

L’afflusso di inviati internazionali in Medio Oriente per risolvere le crisi della regione non genera ottimismo, perché la loro presenza indica che le parti regionali non sono state capaci di risolvere i loro problemi e così si sono rivolte alla comunità mondiale in cerca di aiuto, internazionalizzando di conseguenza le crisi.

Ci sono attualmente quattro inviati dell’ONU nella regione: tre per crisi e guerre post primavera araba in Siria, Libia e Yemen e uno, di cui non si sente parlare molto, per una vecchia crisi retaggio dell’epoca coloniale, ovvero la questione del Sahara Occidentale. L’elevato numero di inviati  per una sola regione è indice della portata raggiunta dai disordini e dal caos.

La Siria rappresenta la crisi maggiore e sembra che persino le grande potenze, ormai coinvolte, siano incapaci di intravedere un percorso che porti a una soluzione. Le dichiarazioni del segretario di Stato americano John Kerry, secondo cui la guerra civile in Siria è in gran parte fuori controllo, dimostrano lo stato di disperazione e rassegnazione raggiunto sul terreno. 

In Yemen – la crisi meno internazionale per l’intervento delle parti regionali, in primis l’Arabia Saudita, volto a impedire che la situazione uscisse fuori controllo – l’inviato dell’ONU Walid al-Shaykh è riuscito a riunire le parti in conflitto in Kuwait e malgrado le violazioni degli Houthi, ci sono buoni motivi per credere nella possibilità di giungere a una soluzione futura.

La Libia è un’altra storia, perché è in corso una vera e propria guerra intestina. Tuttavia c’è un tentativo di strappare il Paese alle milizie e ai gruppi armati e di allontanare gli estremisti sostenitori di Daesh (ISIS) dai campi petroliferi. L’obiettivo della comunità internazionale è di fermare i barconi di migranti prima che attraversino il Mediterraneo e assediare i terroristi.

Le crisi si alimentano reciprocamente e il terrorismo è ormai transfrontaliero. L’ISIS, infatti, è nato dai resti baathisti in Iraq per poi passare in Siria e tentare successivamente di propagarsi in Libia nel tentativo di ottenere le risorse finanziarie mediante il contrabbando del petrolio.

Le crisi più complicate e gravi possono essere risolte mediante negoziati diretti, sedendosi faccia a faccia, come ha fatto Sadat in Egitto dopo quattro guerre con Israele. Così i due paesi sono giunti a un accordo di pace tuttora vigente che è considerato una della componenti dell’attuale sistema regionale.

Se Sadat avesse fatto affidamento sugli inviati internazionali, il Sinai sarebbe ancora nelle mani di Israele, com’è avvenuto per il Golan.

La Siria è il perno della crisi attuale e la sua soluzione può incidere su altri punti caldi come la Libia. Ciò richiede la volontà politica delle due parti principali, Washington e Mosca, che devono sciogliere i punti intricati che rendono la crisi così difficile, quali l’intervento iraniano e di Hezbollah e la questione curda che deve essere affrontata con saggezza per scongiurare lo scontro con la Turchia. Le due parti possiedono gli strumenti e la capacità di gettare le basi per una soluzione.

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